L'aeroplano

Passando in periferia per tornare al paese il mio sguardo cadeva irrimediabilmente nel recinto del demolitore di auto. Quel cimitero di ferraglia, corrosa dal tempo attirava il mio sguardo, sul tetto di un camion un vecchio aereo pronto a spiccare il volo, rallentava la mia pedalata, per qualche attimo, guardandolo con desiderio, avere dei danari lo avrei fatto mio, sarebbe atterrato nel mio giardino Il cigolio della catena della bici, la discesa mi riportavano alla realtà. Sognavo di volare via dalla monotonia, dalla solita vita, iniziava al sorgere del sole e terminava al tramonto quando chiudevo la stalla, fare un boccone sentire le lamentele di mamma. . Aveva ragione, avevo molte nuvole, i libri presi in prestito dalla biblioteca dell’oratorio aiutavano i miei sogni, Salgari, Giulio Verne, quante volte ero sceso al centro della terra, negli abissi misteriosi, quanti arrembaggi con le Tigri di Monpracen, la giungla con i suoi rumori, viaggi fatti nella mia stanzetta alla luce fioca del lumino che brillava di più con la fantasia. Spesso mi alzavo stanco, il gallo, le campane, erano a malavoglia uditi, il lavoro era lì ad attendermi, portare le mucche al pascolo, nella quiete davo sfogo alle fantasie. Mi ero costruito, un arco, una spada, per difendere il mio rifugio, e muovere alla conquista del mondo, poi venne l’ora della scuola. Al mattino, una frettolosa scodella di latte e via, la lunga strada verso la scuola seguivo avido le lezioni del maestro, e tornavo velocemente a casa per lavorare la campagna .Mio padre, se ne era andato per un brutto male ero io l’uomo di casa, trovavo il tempo di ripetermi le lezioni, fare mentalmente i compiti che a sera eseguivo velocemente. Il maestro era soddisfatto dei miei progressi, un giorno alla fine delle lezioni mi prese in disparte.<> Risposi che non avevo ancora deciso niente, dentro di me sognavo di viaggiare, vedere il mondo, i sogni finiscono all’alba, non sapevo cosa mi riservava il domani. Una sera, mia madre vedendo uno spiraglio di luce filtrare sotto la porta della mia stanza, busso per dirmi che era tardi. Quel “ Non consumare gli occhi” mi colpì, era vero, i sogni non si consumano, si rinnovano, ti accompagnano, ti atterriscono, ti fanno gioire, un mondo di nulla che popola la vita notturna. La realtà quotidiana scorreva, lo studio formava la mia vita, a tratti rinnegavo la mia infanzia di sognatore, in altre circostanze quando cadeva la barriera del formalismo mi ritrovavo vestito da pirata e l’animo fanciullo sogghignava soddisfatto. Come quel giorno, che entrai di soppiatto nello spiazzo di quel demolitore, per vedere se l’aereo delle mie fantasie era ancora li. Mi guardai attorno non c’era nessuno, mi arrampicai sul tetto del camion, finalmente toccai con mano l’oggetto dei miei sogni fanciulli. Forzai il portello della carlinga sigillato dalla polvere del tempo, una zaffata di muffa frammista a grasso e benzina colpì le mie narici, vinsi la curiosità, entrai sedetti sul sedile del pilota ancora integro, chiusi lo sportello e iniziai la mia avventura. Con il fazzoletto ripulii i quadranti, pieni di numeri e strani simboli, pareva che occhieggiassero stupiti, non capivo le loro funzioni, tentai di interpretarli uno ad uno, l’unica cosa che riuscii ad interpretare le lancette di un orologio segnavano le cinque e un quarto di un giorno passato. La closce di avorio sbiadito, era nelle mie mani, alcuni pedali e altre leve, provai immaginare quale fosse la loro funzione, si risvegliò il pirata sognatore, immaginai di essere un grande pilota, decollai, brumm brumm, ora viro a sinistra a destra, una verticale atterraggio nel giardino di casa, stupirò anche mamma. Mi riportò alla realtà, il bussare un violento bussare sullo sportello, il guardiano con sguardo iroso mi fece atterrare. . Avviandomi all’uscita, chiesi il prezzo, a peso costava poco, trattai, e lo comprai. Ventiquattro Aprile ancora due giorni, avevo mezzo secolo, mi ritrovai proprietario di quell'aereo che sognavo quando ne avevo dieci. Salendo in macchina, accesi una sigaretta, dopo la prima boccata sbottai in una fragorosa risata, ero felice, avevo il giocattolo che nell’infanzia non mi era stato possibile ottenere. Giunto a casa raccontai a mamma l’acquisto, mi guardò stupita e preoccupata, il brillare dei suoi occhi attraverso le spesse lenti degli occhiali, ed un solare sorriso illuminò il suo viso. L’abbracciai, lei mi strinse forte al suo petto, come faceva quando ero bambino, aveva capito i miei sogni. Ora quando gli amici vengono a farmi visita, non possono perdersi, basta chiedano in paese, della cascina dell’aeroplano.

Nessun commento:

Posta un commento