La sigaretta
Scusa, mi dai una sigaretta? Il suono di quella voce mi scosse dal torpore, non so da quanto tempo ero seduto su quella panchina, l’analisi della mia vita, che stava andando a rotoli era l’unico pensiero, ero rimasto solo, allungai una sigaretta alla voce, guardai in viso a chi apparteneva. Seduto accanto a me, un uomo strano, un cappellino dal quale uscivano ciocche grigie, barba lunga, viso dominato da un imponente naso, occhi ironici, mi strizzò l’occhio. ¬-Grazie amico fortunato- -Lasciamo andare, quella terminologia, non abita da me. -Che sarà mai, il cielo non è ancora crollato, se lo fosse saremmo tutti andati parola di Gino. Osservai l’uomo, una giacca grigia che aveva visto tempi migliori, chiusa in vita da un pezzo di spago, un paio di jeans sdruciti, mi colpirono le scarpe, una bleu, ed una bianca, vide il mio stupore e mi anticipò. -Sono un barbone per libera scelta, ti piacciono le mie scarpe, sono bicolore per distinguere il piede destro da quello sinistro, sono un figurino Armani scoppiò a ridere, contagiandomi. -Beato tu che la prendi con allegria- - Ho fatto una libera scelta, ieri ero come te, ben vestito una bella moglie un lavoro redittizio, ero dirigente di una grande azienda, non sono stato alle regole, sono la prima vittima del compiuter, non sono stato in grado di accettarlo, la repulsione era forte, non mi davo pace ,una macchina creata dall’uomo, essere lei ad impartire ordini, non ho digerito, ed eccomi qua, senza pentimenti. -Gino, posso chiamarti così? Io sono Luca, la società cambia, adeguarsi e d’obbligo. -Cambierà, ma non per me, tu piuttosto, come mai sei così a pezzi, si vede dalla faccia. -Sono deluso, tutto ciò che avevo costruito si è dissolto in un attimo. -Non mi dire che è questione di donne. Mia moglie mi ha lasciato, per un altro, se ne è andata via così come un soffio di fumo, ha lasciato un biglietto con poche parole “ Ti lascio, perché tu sei innamorato solo del tuo lavoro, il tuo compiuter conta più di me, addio Marisa” -Perché ridi Gino. Amico aveva ragione, guarda i miei vestiti, la mia vita, sono la libertà, non mi occorre la corrente elettrica, per accendere il mio schermo, mi basta una bottiglia di vino. In quegli attimi, posso rivivere i momenti dell’infanzia, bevi con me, disse estraendo una bottiglia dal suo zaino Esitai visto la patina d’unto delle sue mani, non osai rifiutare, trangugiai un sorso, rimasi sorpreso, era come avessi trangugiato un sorso di sole, ne bevvi ancora un sorso, porgendogli la bottiglia chiesi che razza di vino fosse, sogghignando rispose. - E una delle ragioni del mio barbonaggio, il Sauternes un raggio di sole racchiuso in una bottiglia, un sorso e fughi la nebbia. -Non avevo mai bevuto un vino simile. Caro Luca, i compiuter, i guai le donne, tutto passa, un paio di sorsi, non darmi retta, il mio mondo fantastico, fatto di bevute, vagabondaggi, fuori dalle regole, non da profeta da uomo piccolo, in un mondo grande. - Gino speri qualcosa cambi? -Speranza, il veleno degli uomini che inseguono i sogni, la realtà è brutta, vivi comodamente nell’agio, nella tranquillità, un nonnulla può abbattere i tuoi sogni,le tue realtà. Luca trovi delle situazioni, che ti sono imposte, e il mondo ti crolla addosso, la tua donna ti ha lasciato, ti sei chiesto il perché? - Il mio perché, è giustificato, lavoravo come un matto per far si che lei avesse ogni agio, una bella casa, la macchina, un conto in banca, pensando al futuro, avere una vita senza problemi, mi ammazzavo di fatica, l’amavo ,e l’amo ancora con tutto me stesso, caro Gino, e cosa ho raccolto, solo delusione, amarezza.. -Amico mio raccogli ciò che hai seminato, come un cavallo da tiro con i paraocchi, non vedevi che nei campi le margherite rendono meno monotono il verde, le violette sono perle, no tiravi il carro senza rendertene conto, arrivavi alla stalla per avere la tua manciata di fieno, o la pacca sul sedere dal tuo padrone. -Come sarebbe a dire cavallo da tiro. -Se non portavi il paraocchi, ti saresti fermato a pensare, ecapito che non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere, godere la vita, amare con piccole attenzioni alla tua donna, un bacio, una carezza, un fiore, per fargli capire che esisteva. -Hai ragione, quando avevo tempo, una serata al cinema, una cenetta, poi a casa, come si andava a letto, “lei” aveva sempre sonno, ecco come è andata a finire. - Luca voglio fare un paragone, con ciò che è successo a te, a ciò che ho vissuto ieri. Il lavoro, lo scopo della mia vita, mia madre con il suo stimolo quotidiano, ripeteva sino alla monotonia –Studia fatti una posizione, non poltrire che il giorno è corto. Non vi erano soste, per noi contadini, le mie radici sono quelle, l’alba, il tramonto, scandivano la mia vita. Mamma sognava per me un avvenire radioso, fuori dalla puzza del letame, dalle nebbie dell’inverno, le elementari, la città per tutta la settimana, scappare al Sabato, in cascina a togliermi la fame. La costanza fu premiata, ottenni il famoso “pezzo di carta”, viatico per il mondo dei più trovai un lavoro, ben retribuito, quando il benessere arriva ,si hanno donne, auto, potere, rinnegai le mie radici, mi vergognavo di avere un padre e una madre “contadini “ Arrivò il grande amore, una donna splendida, la sua vicinanza era il paradiso ,il profumo della sua pelle, un bacio, era una droga.Per5 lei avrei commesso il più sordido delitto lo avesse chiesto, lavoravo come un pazzo per soddisfare ogni suo desiderio. Andava tutto nel migliore dei modi, una sera mi attardai con dei collaboratori, rientrai tardi, nell’infilare la chiave nella toppa, percepii qualcosa di strano, solo un mezzo giro di chiave, entrai accesi la luce dell’ingresso, credetti di aver sbagliato appartamento, uscii fuori dalla porta per verificare. Era casa mia, completamente vuota, solo i lampadari illuminavano il mio stupore, guardai nelle stanze vuote, vi era solo un rotolo di carta igienica appoggiato sul bordo di una finestra, lo fissai allucinato per alcuni minuti, non riuscivo a capacitarmi di cosa fosse accaduto. Pensai ad un furto, mi precipitai dalla portiera, malgrado l’ora bussai energicamente, la voce assonnata e seccata della Teresa rispose. -Chi è ? -Sono il signor Gino quello del terzo piano, mi scusi ha visto mia moglie ? -Certo, povera signora si è fatta il traslocco da sola, certo che se aspettava lei, è sempre fuori, meno male, è una signora energica. - Il traslocco? Signora Teresa non sa dove sia andata? -Se non lo sa lei ,che è suo marito, cosa vuole che ne sappia io, non sono una ficcanaso, cosa succede signor Gino, la vedo pallido. -Sono solo stanco signora Teresa, buona notte. Salii le scale, mille domande affollavano la mia mente i perché senza risposta, chiusi la porta, il rumore dei miei passi risuonarono in un guscio vuoto, come le risposte che cercavo. -Scusami Gino, hai saputo il perché, l’hai trovata? -No amico mio, non ho fatto niente, ho racimolato tutti i miei averi comprato uno zaino, da quel giorno sono in fuga, vagabondando. Ho rivisto campi di grano, colline fiorite, portandomi sulle spalle lo zaino, il mio vino, i miei pensieri, ancora oggi non so, se sono un vinto, o un vincitore. -Ma tu Luca cosa farai? Vedi ,stiamo dialogando come vecchi amici, saranno si e no venti minuti di dialogo, la stranezza del genere umano, solidarizza solo nel momento del bisogno, invoca Dio quando sta per annegare, una volta in salvo, torna al cinismo quotidiano. E bravo Gino, filosofeggi? Cosa farò non lo so, ho la testa vuota, e la voglia di mandare a cagare tutto il mondo. -Luca segui i binari del treno, vanno, vanno, e troverai una stazione, se ti aggrada, ti fermerai, altrimenti continuerai a viaggiare. - Gino, hai trovato la stazione? -Luca la stazione è quella che vuoi tu, sostantivo di forza e debolezza, diventa la ricerca del Santo Graal, la speranza, veleno dell’uomo, spera, spera che al mattin, va via la sera. Sghignazzò, canticchiando la rima, raccolse il suo zaino tappò la bottiglia, e sempre sghignazzando, gridò al cielo “Mondo vaffanculo” mise lo zaino a spalla, mi chiese una sigaretta. -Luca amico di un attimo, ti saluto, vai con Dio, non seguire Gino, ognuno di noi ha la sua via, siamo dei piccoli lampi di eternità, si nasce per morire, pensa amico, pensa, e cerca di vivere, addio. Si allontanò con passo strascicato, accompagnato da una scarpa bleu, e una bianca, lasciandomi meditare la storia dei binari, seduto sulla panchina del parco, accesi una sigaretta, il gusto del tabacco si mischiò a quello del Sauternes,che lentamente stava svanendo.
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