La finestra

La solitudine, vissuta giorno dopo giorno, mi stava isolando da ogni contesto, nemmeno l’ordinario vivere di atti quotidiani, sfuggiva. Lavoro al mattino, ritorno a casa, la solita tappa per gli acquisti, la rampa di scale, il mio rifugio mi accoglieva come un grembo materno, giorno dopo giorno vegetavo, giungendo al soliloquio con il nulla. Una sera d’inverno,dalla casa di fronte, vidi accendersi una luce, distrattamente alzai lo sguardo, continuai il mio pasto solitario, distrattamente gettai uno sguardo, tutte le finestre erano illuminate, una sola era buia, la prima che avevo distrattamente notato, sedetti davanti allo schermo del solo compagno notturno, per sentire una voce, quella sera era foriero di cattive notizie, echi di guerre lontane, alluvioni, morti, premei il pulsante oscurandolo, volevo un sonno quieto. La notte è pessima di per se stessa, i sogni sfocano le realtà, non so cosa mi scosse dal torpore, aprii gli occhi, avevo sete, la luce fioca del frigorifero illuminò la cucina, fuori il buio era totale. Spiccava vivido un occhio lucente di una finestra accesa, la notai era quella che avevo visto precedentemente illuminata, incuriosito, aguzzai lo sguardo, vidi una sagoma, ferma davanti ai vetri la osservai, il freddo ai piedi mi rammentò che ero scalzo, tornai a letto, il sonno vinse. Al mattino scendendo le scale mi sovvenne la finestra illuminata, pensai, forse era un insonne, il solito tran, tran, si impadronì dei miei pensieri e la giornata passò veloce. Tornato a casa, stavo cucinavo la cena, gettai un’occhiata alla casa di fronte, una finestra si illuminò, si spense, come volesse darmi un segnale, si oscurò. Avevo cucinato una frittata, e la solita pasta in bianco, cenai distrattamente, rammentai che dovevo pagare la bolletta della luce.Il freddo intenso, aveva appannato i vetri, mi alzai dal tavolo per dargli una pulita lo sguardo cadde sulla finestra di fronte, una figura evanescente dietro il vetro della sua finestra, ripeteva la mia operazione, mi venne da ridere. Spensi la luce, accesi il televisore, per sentire notizie di un mondo, che per me quasi estraneo, lo facevo per sentire delle voci, alle quali ero ben lieto di non dover dare risposta. Mi assalì il sonno, oscurai avviandomi al letto, passando davanti alla finestra, notai che era buia, forse l’occupante aveva sonno come me, agitai una mano , per un attimo la luce si accese, vidi una mano che salutava, rimasi scosso, pensai ad un caso, la curiosità mi bloccò, rimasi a guardare nell’oscurità, temendo d’avere visioni, oppure la frittata di cipolle non era stata ben digerita. Le finestre della casa di fronte erano illuminate, solo quella che mi incuriosiva era spenta come la mia, un brivido mi scosse, ero in pigiama, mi avviai al letto, pensando, forse ero stanco, presi sonno. Non so come, mi trovai desto, guardai la sveglia, erano le quattro, non aveva suonato, non avevo incubi addussi la colpa alla frittata, scesi dal letto. Avevo dimenticato le sigarette sul tavolo, ne accesi una, mi accorsi che dalla finestra di fronte, il puntino luminoso di una sigaretta accesa faceva pari alla mia, mi alzai avvicinandomi alla finestra, il puntino luminoso avanzò verso di me, stavo entrando in paranoia, non era possibile che un fantomatico automa compisse le mie mosse. Girai le spalle mi, infilai sotto le coperte, la frittata di cipolle alla sera è indigesta ,il sonno tardò a venire, nel dormiveglia fugaci sogni che al risveglio non ricordai. Il pensiero di quella sera mi seguì al lavoro, me ne accorsi dagli errori che commisi, registrai una fattura dello stesso cliente, ben due volte, attendevo con curiosità, e anche con un certo timore il mio rientro a casa. Non mi soffermai molto, i soliti acquisti, come infilai la chiave nella toppa, il mio primo sguardo, corse alla finestra misteriosa, buia come la mia, posai la spesa, cucinai, spostando la sedia, per avere la visuale maggiore, avevo lasciato accesa la luce sul lavello, ero nella penombra, come a teatro attesi che iniziasse la commedia. Iniziò di fronte si vedeva una luce tenue, una figura stava compiendo i miei stessi movimenti, accesi la luce sul tavolo, di fronte accadde la stessa cosa, non sapevo se ridere o preoccuparmi, mi chiesi se la mente vaneggiasse, la solitudine stava divenendo una malattia ? Reagii, girai la sedia mettendomi alle spalle la finestra, continuando la cena, sparecchiai, accesi il televisore, ascoltando distrattamente. Il mio sguardo era calamitato verso quella finestra, mi costrinsi a non guardare, andai a letto senza volgere lo sguardo, passai una notte quasi insonne. Al mattino come giunsi al portone , alzai gli occhi verso la facciata, la finestra del quarto piano era chiusa, come la mia, non mi soffermai, il lavoro mi attendeva. Passarono diversi giorni, il timore di cadere in paranoia, mi impedì di guardare, avevo cambiato disposizione al tavolo, mangiavo guardavo la tivù, lei parlava ed io tacevo, almeno udivo il rumore di una voce, non ero assalito da pensieri, l’attrazione era forte, resistevo, le mie notti quasi insonni, dettavano pensieri strani, chi sarà il misterioso ectoplasma che mi scimmiotta? Non volevo più farmi domande, non volevo risposte, vuotai la mente, immergendomi furiosamente nel lavoro, avevo il timore di rientrare a casa, piccoli sotterfugi, che infransi una sera. Era la vigilia di Natale, nell’aria festosa, si rincorrevano musiche, auguri scambiati per strada, che intristiva ancora di più la mia solitudine. Quella sera infransi la regola, che mi ero imposto, riportai la sedia davanti alla finestra, per vedere se le mie erano visioni, oppure si celava qualche mistero. Gli avvenimenti erano la copia di ogni mia mossa, non credevo ai miei occhi, accesi la luce, altrettanto ildirimpettaio,spegnevo,lui ripeteva automaticamente ogni mia mossa, alfine cedetti. Stappai una bottiglia di vino, mi concessi una generosa bevuta, per far si che la mia mente fosse meno reattiva, nell’appartamento sottostante sentii il botto di un tappo di spumante, mezzanotte, era Natale. Versai un bicchiere, per sfida aprii la finestra, mi sporsi con il bicchiere in mano, gridai al mio fantasma, Buon Natale, lo fece anche lui ,la neve stava cadendo copiosa, il vino bevuto, mi impedì di mettere a fuoco chi era il dirimpettaio, chiusi la finestra, feci pochi passi e crollai sul letto. Risvegliandomi, mi accorsi che ero ancora vestito, con un gran mal di desta, le idee confuse, un buon caffè mi rischiarò la mente, mi avvicinai alla finestra, mi sbarbai, mentre lo facevo mi venne la curiosità di andare a salutare il mio dirimpettaio, così rompevo la solitudine che mi ero imposto. Scesi lo scale monologando, inventandomi una scusa, avrei chiesto perché ripeteva i miei stessi gesti, così passo dopo passo, mi ritrovai nella casa di fronte, chiesi alla portinaia chi abitava al quarto piano che dava sulla strada, mi rispose: -Una coppia di vecchi inquilini, sono rimasti soli da tre anni, il loro figliolo si è sposato, andando ad abitare fuori città, brave persone scusi ma lei li conosce? - Si salgo a fare gli auguri. Salendo le scale rimuginavo una scusa, arrivai davanti al loro uscio, quasi me ne volevo tornare indietro, presi il coraggio a due mani, suonai il campanello. Venne ad aprire una signora dal viso dolce, mi chiese cosa volessi, risposi che desideravo fare gli auguri Natalizi. Scusandomi se chiedevo chi abitasse nella stanza che dava sulla via, spiegandogli che ero il dirimpettaio, vedevo tutte le sere una persona che mi salutava, e volevo ricambiare i saluti di persona. Mi guardò stupita- Lei si sbaglia, la camera che dà sulla strada, era quella di mio figlio, sono tre anni che non abita più con noi. Vedendo la mia espressione incredula mi invitò a seguirla. Dalla finestra vidi la mia finestra non sapevo cosa pensare , voltandomi rimai di stucco, un grande specchio troneggiava sulla parete, la signora vedendo la mia sorpresa, mi disse che era l’attrezzo di suo figlio che faceva il sarto, lo aveva lasciato, perché era troppo grande. Non avevo parole, per giustificare il mio imbarazzo, farfugliai un augurio, scusandomi per l’intrusione, avviandomi a casa, pensai alla pazzia latente, il mio isolarmi dal mondo, la solitudine, è un lusso che pochi possono concedersi, forse era tornata l’ora di tornare nel mondo.

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