Cose nostre tre


Io non vorrei che la retorica, o il troppo amore per la mia città facessero travisare ciò che è realmente nelle mie intenzioni. Io ne sono innamorato, del suo riserbo, della sua aria provinciale che fedelmente si rispecchia sul viso dei suoi abitanti, delle sue ampie strade, che vorrebbero fare apparire che il nostro carattere sia diverso, invece rimane una cosa, la critica che tutti gli altri gruppi etnici ci fanno. Il suo nome, Augusta Taurinorum, dice che nacque come colonia prettamente romana, ed il suo compito principale fu il pensare alla difesa, evidente è il confronto con i casolari sparsi nelle pianure, in quelle piemontesi, chiusi da mura che cingono le aie, ancor oggi, in altre regioni aperti, quasi ad attendere l'amico ed accoglierlo con cordialità. Cose che nelle nostre campagne non accade, sei guardato con timore, con diffidenza, e se chiedi qualcosa, prima che ciò accada, ti viene invariaibilmente chiesto, quasi ad autodifesa: Cosa ca vol! In un viaggio in compagnia di uno dei miei più cari amici, durante il viaggio venne a galla il solito discorso, come ci comportiamo quando siamo ospiti di un'altra città. Per prima cosa non smettiamo di parlare il nostro dialetto, per far sì che si capisca che non siamo appartenenti al gruppo etnico che ci ospita, non per posa ma quasi per autodifesa, noi non siamo latini, nel vero senso della parola, ma ci sentiamo atavicamente attaccati, a ciò che nei secoli ci è stato tramandato prettamente piemontesi, ordinati, quieti, gelosi, di ciò che è intimità, non pittoreschi, in ogni atto della nostra vita quotidiana, senza smancerie, senza intercedere i santi in ogni nostra azione, e scomodarli per un nonnulla imputando loro soltanto gli insuccessi. Incolpando quelli del nord per le loro condizioni, non riuscendo a capire che il tutto non è altro che l'eredita storica ed anche regionale di un gruppo etnico, che è sostanzialmente asociale in mille manifestazioni che brillano con evidenza quando sono ospiti di altre comunità. Nella mia città, posso dire, anzi vi narrerò alcuni episodi quotidiani, ai quali io, ho assistito. La media delle prostitute che ci sono sparse sugli angoli delle vie, sui viali protetti da alberi secolari, nei parchi frequentati dalle mamme con i loro pargoletti, in vari caffé, non sono della mia città, ma le varie Carmeline, Santuzze, Immacolate, ed è quasi un anacronismo Immacolata, che faccia la puttana, ma sorvoliamo, fanno il loro mestiere, se così vogliamo chiamarlo, con quella sfrontatezza che è tipica della maniera, del modo di pensare e di agire della loro regione. Carmelina, ventidue anni, attratta dal continente, abbandona il suo cielo, il suo mare, per le nebbie del nord, credendo di trovare il benessere, la facile fortuna, spende i suoi ultimi risparmi in un biglietto ferroviario, e si ritrova in una città che non è, e non sarà mai la sua, non sapendo né che fare né dove andare. E quì inizia l'odissea della falena. Una sera in un caffè, occasionalmente io la conobbi, e tra un caffè, ed una sambuca, mi raccontò la sua avventura. Non era più la semplice Carmelina ma la classica puttanella con tanto di minigonna, le ciglia di visone truccatissima, spumeggiante tutto un frizzo, una serie continua di battute, tesa a farsi no- tare, e non mancando di sottolineare, la sua provenienza mi venne spontaneo il chiedergli il perché di tutto questo suo affannarsi ed allora, venne fuori il vero perché. La prima notte, come si trovò al punto d'arrivo dei suoi sogni e forse credendo di trovare un po' di calore umano, trovò soltanto freddo, inospitalità; e subito ne pianse, imprecando il momento che aveva abbandonato la sua città, ad un tratto, la soluzione venne, e fu quella che fornì il pretesto a tutto il suo attuale modo di vivere, quasi a scusante. Il solito passeggero, vedendo una poveraccia con una valigia ed una scatola di cartone rinforzata da giri di spago con un viso spaurito, una borsetta stretta al seno, non fece altro che chiedergli : — Buonasera signorina, posso essergli utile? — Scusi, ma non sono pratica, mi staio perdendo, non saccio dove andare a dormire. — Ma l'accompagno io, venga. E Carmelina con la bontà dell'ignoranza, si ritrovò a letto con uno sconosciuto, per svegliarsi al mattino non solo senza la verginità, ma anche senza avere risolto il problema, ma una cosa l'apprese molto presto, che il letto aveva la possibilità di dargli non solo il dormire, ma anche il necessario per vivere con una certa comodità. Divenendo in breve tempo la lucciola, frequentatrice dei viali e delle vie di una città che non è la sua. Facendo il suo « Mestiere » disprezzando, incolpando, l'inaccoglienza di questa città che a suo dire l'aveva rovinata. Emettere un giudizio su discorsi simili è lapalissiano, forse addirittura assurdo, perché è anche un problema sociale, bisogna accettarlo cosi come si presenta, senza emettere nemmeno un apprezzamento. Rimane il personaggio, Carmelina, la quale ripetendo il mestiere più vecchio del mondo, ora viaggia in macchina, veste in boutique, e disprezza non solo la città che la ospita, ma anche i suoi paesani che a parer suo sono ignoranti. Io di tutto ciò ne rimasi colpito, forse perché sono ancora inguaribilmente romantico, e credo nella bontà, nell'amicizia e nelle manifestazioni migliori dell'uomo, come Carmelina sperava di trovare in una città un po' di calore umano ed una accoglienza migliore di quella che lei trovò, ed invece come è vero che sussiste l'egoismo ed ognuno pensa soltanto per sé medesimo, in barba a tutte le leggi, sia sociali che umane, è pure assurdo che Carmelina sperasse ciò che il genere umano stà ricercando da millenni. Ma non deve essere questo episodio marginale, a falsare ciò che io mi sforzerò, di narrarvi, dei miei amici anzi, di quelle rare persone che non appartengono a questo pianeta, e sono dei marziani appartenenti ad un altro mondo. Il tutto iniziò in una maniera molto strana, con il mio ingresso in una libreria, in una via della mia città, vi ero passato davanti un sacco di volte, sinché spinto dalla curiosità entrai, scesi due scalini e mi ritrovai in una stanza dalle volte basse, e tutto attorno strani scaffali colmi di libri, una specie di banco colmo di stampe, qualche scaffale con mercanzie varie, dal coltello lappone, alla vecchia bottiglia raffigurante Garibaldi e Mazzini, ed altri strani oggetti, messi alla rifusa che davano all'ambiente un'aria non di libreria ma di mercatino rionale, semplice, ed anche la proprietaria con il suo fare di donna semplice, mi mise a mio agio. — Si accomodi, cosa desidera? — Senta, io vorrei una stampa simile a quella che ho visto in vetrina. — Simili a quella non ne ho, ma attenda, le stacco quella. — Ma no, lasci, ne scelgo un'altra. — Niente affatto, le voglio dare proprio quella, lei è la prima volta che viene qui e voglio che ne rimanga soddisfatto. E così tra un convenevole e l'altro, si ruppe il ghiaccio e si formò una corrente di simpatia, anzi, oltre alla stampa che acquistai, me ne regalò un'altra, ed assieme un invito ad un vernisagge, di una mostra di pittura che si svolgeva nella libreria la sera stessa. Un pochino per curiosità, ed anche pur non capendo la pittura, essa come forma d'arte mi attrae, perché un quadro, lascia sempre a chi lo guarda una sensazione che rimane e può dare sempre una nuova sensazione, a volte critica, a volte lascia attoniti, e si tenta di compenetrarsi con lo stato d'animo del pittore, e molto raramente vi si riesce. Con la mia curiosità, alle nove in punto giunsi nella libreria e con mio sommo stupore non solo vi ci trovai un sacco di gente, ma scoprii che al disopra vi era la galleria, ovvero un locale che sopperiva alla bisogna, dispendio di luci, quadri appesi alle pareti, gente che vagolava, con un bicchiere in mano parlando non di pittura ma di cose che con la pittura non avevano niente a che fare, e fu proprio tutto questo a darmi quel senso di stupore, in special modo a me, che non avevo mai frequentato mostre di pittura. Volli conoscere l'autore dei dipinti, e fui esaudito, tale incontro non solo accrebbe il mio stupore ma, la mia curiosità, io che della pittura avevo una mia dimensione, e credevo che i pittori fossero delle persone rifugiate in un mondo irreale, quando mi vidi, anzi quando strinsi la sua mano, la prima cosa che notai fu il suo viso, incorniciato da una folta barba, un naso aquilino, gli occhi limpidi, fanciulleschi, gai, quasi volessero rispecchiare un animo lontano dalle realtà quotidiane, una voce calma, pacata, non osai chiedergli da quanto tempo vagolasse in questo mondo assurdo, ne fui conquistato. Come lo fui dalla sua pittura, un assieme di colori, dei volti irreali soltanto tracciati da una nera linea scheletrica come contrasto sul colore, rispecchiante una rivolta, contro l'assurdo, contro la società, contro coloro che vivono soltanto di materia, ed anche dai suoi discorsi traspariva ciò che la tela dipinta riusciva a svelare, un vero personaggio, un pittore con la P. maiuscola. E così iniziò una amicizia, si avviò un dialogo, che in me speravo duraturo perché come ogni essere umano non vivo di solo pane ma di sensazioni, di amicizie, e di romanticismo. Niente mi poteva fare cambiare idea, per me era un amico, lo accettai come tale, e dato si che per me tale parola ha un significato strano, la pongo al disopra di ogni altra manifestazione dell'animo ed egoismo, non vi è famiglia che possa sopperire, né donna che possa dare ciò che un amico può, sia nelle confidenze che in ogni altra manifestazione, per me scemo missionario di una religione che non esiste mi reca più gioia vedere un amico contento, senza problemi, felice che me stesso. Incontri, lunghe discussioni, mostre, incoraggiamenti, manco fossi il suo nume tutelare, ma il tutto fatto con la gioia di vedere un essere felice. Ma non vi è bisogno che lo si possa dire come il troppo bene uccide, anche l'ammirazione può causare una forma di cecità, l'uomo se tale non è presto o tardi si rivela in quali gradi di egoismo e bassezza può scendere ed allora, la delusione che causa tale contrasto può fare più male di cosa si possa pensare, sì, è vero che quando un pugno ti stà arrivando e ne sei preparato, ti può far male, in misura minore, ma sempre male fà. Ed il pugno datomi mi fece più male del previsto; il perché mi fu sferrato me lo sto ancora chiedendo oggi, esaminando ogni mia azione se per caso non mi fossi meritato tale azione, detesto il ripensarci, ma la cosa mi chiede continuamente risposta, la quale datami dal mio io è talmente assurda che non voglio credere, ma seguiamo la logica delle cose con ordine, senza percorrere i tempi. Il tutto si svolse a mia insaputa, con un commento, un apprezzamento fatto con una semplicità, e tutto per denaro, assurdamente, il giocare una amicizia ed il tutto con un apprezzamento che ogni qual volta io lo rammento mi si torcono le budella. Continuai a frequentare la libro-galleria, e conobbi altra gente, facendo nuove amicizie nell'ambito, dei pittori, ebbi la fortuna di conoscere altri ragazzi, che seppi dopo erano pittori, ragazzi altrettanto semplici che per contrasto avevano un animo, dei sentimenti che con il tempo si rivelarono oltremodo sinceri. Enzo, con il suo eterno problema, con il suo essere coerente, sia che con la pittura, che con il modus viventi, a suo dire, un pittore non deve essere falso, né come uomo; né come artista, se tale vuole essere. Non posso dargli torto, benché giovane ventenne, sà cosa vuole ed ha una carica emotiva, e il senso della coerenza anche dal lato politico che molti cosidetti adulti non posseggono. Anarchico, non per posa ma per convinzione una forma di anarchismo che a molti sfugge, anche a molti anarchici, i quali seguono teorie vecchie, stantie, non consone al tipo di evoluzione che il mondo stà seguendo, simile ad un guerriero, vestito di sua armatura, in una civiltà moderna un don chisciotte nel ventesimo secolo, che combatte la sua battaglia contro una società che non può uniformarlo e ne può capire che la retorica è ormai una cosa sorpassata e antisociale. Persino dalla sua pittura, con le sue prospettive di case, con le figure di donne, con un volto irreale dicono con evidenza ciò che il suo istinto di uomo libero e di bontà d'animo che possiede un uomo che libero nacque e che aspira ad un mondo più bello, non esteticamente, ma di bellezza morale, non conformista, non falsa, forse utopistica, ma speranza massima di chi dentro, a un animo, che rifiuta standardizzazione ed uniformità. Eccolo Enzo, come io lo vedo guardando i suoi quadri ed udendo i suoi monologhi, forse lui dissentirà dal mio punto di vista, ma per me è così. Miro, l'altro amico anche lui con una personalità complessa, nato si può dire con il pennello in mano, con una dimensione che a tratti si accomuna con quella di Enzo, ma forse più maturo di età maggiore ad Enzo, ma a tratti forse più fanciullo, timido teso a perfezionare la ricerca del senso estetico riuscendo a crearsi un suo mondo dire che ciò traspare dalla sua pittura è cosa ovvia, ma per farsene un concetto esatto bisognerebbe visitare la sua casa, il suo studio, nel bel mezzo della campagna un rustico ricavato da un vecchio cascinale, e già giungendo dinnanzi al portone si nota sia la campana che funge da campanello, che la maniglia del portone, fatta dalle sue mani, sì perché oltre ad essere pittore è anche scultore, l'ingresso, e già si iniziano ad intravedere dei disegni piccoli quadri, poi una scala e man mano che salgono i gradini sale lo sguardo, attratto dai quadri appesi alle pareti, ed invece di salire sei talmente attratto che ti fermi, ad osservare l'orgia di colori, le figure e l'unica cosa che ti possa distogliere dall'osservazione è lo zampettio e l'arrampicata del bassottissimo Tobia, che chiede la carezza, e tenta in tutti i modi di farsi notare, e come ti chini per accarezzarlo, fugge velocissimo con le sue ridicole zampette, infilando di volata una stanza, seguendolo entri in una stanza che dovrebbe essere un salotto ed invece non è altro che una galleria, una statua, una scultura, quadri suoi e di suoi amici ed appena ti siedi, lo sguardo vaga da un quadro all'altro, senza mai stancarsi io sono non solo andato a casa sua ma sono stato ospite, in circostanze non molto allegre, eppure malgrado tutto non posso fare a meno ogni volta che sono lì seduto di continuare a guardare quei quadri trovando sempre nuovi particolari. Anzi anche Enzo, una sera lì seduto con me e mi faceva notare che quel quadro aveva un particolare che io non riuscivo a captare, e poi quando fummo tutti e tre lì seduti Miro con la sua pipa eternamente fra i denti ed i suoi baffi alla tartara, Enzo ciminiera perenne via una sigaretta sotto un'altra, elevando innanzi a sé una cortina fumogena, forse per nascondere i suoi lunghi capelli, e le altrettanto lunghe basette, si inizia a parlare, di cose terrene esulando la pittura lasciando sempre ad Enzo l'esordio. Ed il suo esordio quasi sempre tocca il suo hobbies : le motociclette. Oggi ho visto una corsa di motocross, splendida. Man mano che ne parla si infervora, perché anche lui ha una moto che gli permette di sfogare molti attimi di tensione, e quando Miro gli fa la battuta : — Perché non dipingi soggetti motociclistici? — Fatti furbo, lo sai no che non ne voglio saperne, di sciocchezze simili per me la pittura è una cosa seria. — Seria come? E nel dirlo Miro ammicca dalla mia parte, sapendo che Enzo si arrabbia facilmente, ma invariabilmente è una collera che passa con la rapidità con la quale è venuta. — Seria perché le moto è solo un divertimento, ma la pittura no, per me è vita, dimensioni che sono in me. — Cala, e non saltare in aria, stiamo scherzando, anzi vieni, facciamo un salto sopra nello studio. E qui altro scorcio di surrealismo, abbozzi, tele che gli occhi dei profani non vedranno mai, sì perché ho fatto una scoperta, la gelosia che hanno delle loro opere, non vorrebbero mai staccarsene, anzi ve ne sono alcune che rimarranno sempre con loro, e non vi sono quattrini che le possano acquistare. Nella casa di Enzo ve ne sono alcune, così nello studio di Miro, ed in certe mie considerazioni, mi viene spontaneo pensare che la poesia non soltanto si verga con la penna, ma si può trasportare su di una tela, cosa che comporta una dose non comune di poesia visiva. Il trasferimento al piano superiore, in una vera soffitta, adatta a studio è sempre la nostra meta, ed è proprio lì che con il passare del tempo ed entrando confidenzialmente e curiosamente scoprii una cosa che mi lasciò oltremodo stupito, e fu proprio Miro a confidarmela. — Quando dipingi, rimani solo? — No, non proprio, chiudo a chiave lo studio, e poi accendo il giradischi alzandone il volume, al massimo. — Ma come fai a resistere? — Non è resistenza, è la mia maniera di uscire dalla dimensione terrena quello, per me ne è l'unico sistema, così riesco ad essere il surrealista che voglio. Al contrario di Enzo che attende la notte per uscire dal suo io, nel suo studio, io credo che posto migliore non possa esserci, anche il suo modo di dipingere lo rispecchia, con realismo, ed il fischio dei treni che passano, glielo ricordano, mantenendolo nella realtà quotidiana nella sua coerenza, nella visione materiale. Ogni tanto si aggrega a noi il contabile bancario che vorrebbe essere pittore, e per fortuna si limita ad usare la penna per tracciare disegni aridi e calcolati come un rendiconto mensile. Ammalato di sessuologia crede che il disegnare donne nude sia arte, ma anche se in mano hanno allegramente un teschio, sempre donne nude rimangono senza vita, senza idee, il bello che si picca di essere pittore, forse il desiderio di esserlo gli fa pensare con la convinzione delle cose irrealizzabili, di esserlo. Non vorrei che queste mie considerazioni, apparissero dettate da acredine non sono soltanto, disapprovazione male congenito, di molti che vogliono apparire ciò che non sono a parte questo non è poi un pessimo elemento, buon compagno di bevute, pessimo autista, anzi fu proprio quel piccolo particolare che mi torna alla mente, durante una discussione con Enzo, saltò fuori con la battutissima del secolo. Cosa credi, io ho frequentato un corso di pilotaggio a Monza. A quella uscita, non ci mettemmo a ridere, ma confrontando il suo stile di guida, paragonabile ad una tartaruga secolare, la cosa ci parve oltremodo comica. La prova della sua velocità ci fu data il giorno che grazie ad un amico ci fù data una sala per poter esporre, ed incaricammo il Ragioniere, di trovarsi al mattino un po' prestino, perché alle nove vi era l'inaugurazione, e nel mentre veniva se dava un passaggio ad una nostra amica, molto ben volentieri fece il tutto, a parte il tempo che impiegò per percorrere quaranta chilometri, due ore e svariati minuti. E pensare che era nel suo interesse, giungere con solerzia, perché esponeva anche lui, Miro ed Enzo, continuavano a farlo esporre con loro, ed il loro nome copriva in parte le magagne del Ragioniere. Alla richiesta di Enzo, il quale era un pochino arrabbiato, si giustificò così: — Sono venuto su tutto sparato, non ho mica l'elicottero. Enzo e Miro non poterono fare altro che, mettersi a ridere, provocando una solenne arrabbiatura al Ragioniere che tenne il broncio tutto il giorno, e pensare che non è più un bambino, a quarant'anni. Quella mostra fu pazzescamente divertente, si perché dato che si svolgeva in un paese, e quello era il giorno del genetliaco del santo protettore e la tradizione paesana, vuole che vi sia la processione, con tanto di banda musicale al seguito e il tutto puntualmente si avverò. La cosa che ci diverti, e non poco fu quando la banda venne nella sala dove erano esposti i quadri, mettendosi a suonare allegre marcette, con relativa bevuta finale, a detta di Miro ed Enzo era la prima volta che ciò accadeva. Quell'aria paesana, ci commosse, e dette la stura a vari commenti, a riflessioni, ed al ritorno all'atavismo, ed alle tradizioni che l'uomo non sa e non vuole abbandonare, forse il tutto gli serve per sentirsi vivo, parte integrante con la natura, con i suoi sentimentalismi con le sue paure, il timore atavico che nel suo intimo, lo spinge a perpetuare i riti tribali, le cerimonie, accettare anche se ne è contrario ciò che gli è stato impartito come lezione dai suoi avi, ed in epoca più recente, dai genitori che in genere sono sempre in ritardo di una generazione a confronto, di cosa realmente i tempi chiedono. Noi poveri uomini, che ci arrabattiamo in questa giungla, popolata di mostri sacri, che non osiamo nel nostro intimo sperare nel meglio, perché questo meglio non ci fa comodo, ci spaventa, comporta troppi sacrifici, che ci costerebbero cari, pagati con il prezzo di rinunce, e si sa quando si deve pagare con il nostro sacrificio, sia pure morale, ed abbattere molti tabù, quando il fuoco ci sfiora, lo temiamo e lo fuggiamo. E così continuiamo a seguire le processioni, a sentire le bande musicali, accettare quasi tutto ciò che ci viene imposto con il timore di perdere il pane, il tetto, il comodo vestito, e tutto ciò che le comodità materiali danno. Ma é meglio abbandonare questo tema, è soltanto l'esame clinico di una società che langue, che piange e si crogiola nelle sue manchevolezze. L'esame di ciò che è umanità non è una cosa semplice, ed io non ne sono in grado di farlo, non sono un filosofo e nemmeno un sociologo, sono soltanto un essere umano che vorrebbe vedere un mondo migliore, felice senza problemi di sopravvivenza, ma so che è cosa utopistica, irreale, irrealizzabile? Chissà, se un giorno si potrà avverare questo mio sogno cretino, che sta alla base fondamentale di ogni religione professata, ma con sommo disprezzo non posta in pratica, chissà? Ma torniamo a cose più reali a noi che ad un tratto divenemmo seri e pensosi per problemi che sono troppo complessi, e troppo utopistici, alle reazioni dei singoli, il Ragioniere perso dall'ebbrezza del momento si mise a seguire la banda, cantando un vecchio motivo, forse per esibizionismo, gli altri chi sorrideva, e chi non sopportandolo il rumoraccio, uscì con precipitazione, chi beveva, nessuno con la medesima reazione, strano, come reagiscano le persone in situazioni differenti, ed io come un avvoltoio li stavo ad osservare, per muovere poi una critica ad ognuno, ma poi ripensandoci mi sono detto, ma chi ti credi di essere, il censore massimo di ogni costume? Sì perché anch'io faccio parte di questo falso mondo e ne accetto le comodità ed il tutto che mi è oltremodo comodo, e una delle cose che mi fanno sentire meno verme è proprio il colloquio che ho con i miei amici, ed è proprio grazie a loro che ritorno ad essere vivo, e mi sento parte integrante dei loro problemi, delle loro speranze, e tento meschinamente di immedesimarmene. Il tutto mi aiuta a vivere, a capire il senso della vita, e ne traggo un'essenza stimolante, una spinta, una speranza, mi fa sentire vivo in un mondo di morti. Con questo non è che sia nato ieri, ho attraversato esperienze che mi hanno maturato, sò che cosa sia il bene, il male, ma invariabilmente, lo dimentico per rammentarmene ogni qual volta esso mi tocca, come nell'episodio di un amico, che io credevo tale, il famoso pittore con la P. maiuscola. Il riferirmi il suo apprezzamento fatto nei miei confronti, lo fece Miro, inavvertitamente, confrontando il prezzo di uno stampato, vedendo quanto quel signore con la P maiuscola glielo fece pagare, e con ciò che aggiunse : — Attento, non ti fidare, quello ti vuole fregare delle lire, è uno spaccone, che cerca soltanto dei fessi da fregare. — Disse riferendosi a me. Così venne a galla tutto il retroscena, ed ebbi modo di conoscere non soltanto il P maiuscolo, ma che la proprietaria della libro-galleria la quale ai miei occhi era apparsa sotto una luce diversa sino a poco tempo prima. Anche lei proveniente dal mondo dei calcoli, bancari, gente intelligente, ma un po' fredda, distante perché il loro mondo è popolato di cifre, calcoli, rendiconti, e il passare sotto i loro occhi il denaro, la vera leva del potere a volte li inebria, facendoli sentire potenti. Che sia l'abitudine a maneggiare tanto denaro, faccia perdere loro il senso della realtà, oppure conoscendo il potere che esso dà, sanno come corrompere. Rimane il fatto che con dolore, per l'ennesima volta dovetti ammettere che ero nuovamente incappato in un errore di valutazione, che la troppa fiducia nel prossimo, è oltremodo deleteria, ed è un guaio agli sprovveduti ed anche a coloro che ne sono accortamente ed impavidamente pronti. La femmina in questione, con la sua apparenza di persona semplice, e tesa ad accogliere il prossimo con bontà, persino agganciata ad enti benefici, come, paravento li usava per i suoi scopi, e con la sua aria di mecenate era riuscita ad intrappolare non solo Enzo e Miro, ma anche molti altri che caddero nella sua trappola umanitaria. Il suo scopo, era uno soltanto, il servirsi di ognuno che gli capitava a tiro, e sfruttarlo sinché questi non si accorgeva in quale trappola era caduto, ed allora o se ne allontanava in silenzio, disgustato, oppure se ne aveva il coraggio apertamente lo faceva notare, a parer mio, il suo unico scopo reale, era l'irretire per i suoi scopi, per il suo arrivismo più gentile possibile, laida sino al punto di saper piangere, ed interessarsi delle disgrazie altrui, ed un compenetrarsi, che è patrimonio di coloro che hanno un animo, convincente, sino alla commozione e tra una lacrima e l'altra, calcolare quanto gli poteva rendere tradotto in lire il suo pianto, di zitella insoddisfatta. Ecco colei che con il calcolo perfetto, riusciva a creare una sua dimensione, la dimensione, il suo mondo. Tentando di capire la pittura, solo dal lato commerciale perché a suo dire aveva acquistato quella libreria, galleria, artistica, per seguire un sogno, vivere la vita degli artisti, non sapendo, o sapendo che la maggior parte di essi non vive nel mondo dei calcoli ma in un mondo irreale dove le cifre sono bandite, dove il calcolo non è realtà. Con quello scopo, si era irretita non solo il piccolo pittore ma molti altri, che credendo allo scopo benefico, creando un'atmosfera di cordialità, e quell'aria di famiglia, che ognuno di noi si sentiva attratto, e veniva spontaneo aiutarla in mille piccole faccenduole, aiutarla persino nell'allestimento delle mostre, e l'episodio che portò alla constatazione di quanto sia idiota dare, sapendo quanto sia difficile aspettarsi l'avverarsi del verbo avere, sempre sotto forma di amicizia e speranza di sentimenti che vanno da una sfumatura all'altra di ciò che la gamma di sentimenti che l'io di un uomo ha. Miro, in occasione di una sua mostra personale, doveva fare stampare dei volantini, ed io per caso ebbi modo di ascoltare la cosa, e non so perché mi intromisi. — Senti io ho un amico che non solo stampa, ma è in grado di farti risparmiare qualche lira. — Grazie se ti è possibile. — Va bene, mi interesso e poi ti dirò qualcosa. A commissione fatta riferii, ed il prezzo a parere mio era abbastanza conveniente, e nel riferirlo era presente il P maiuscolo, il quale appena voltai le spalle, fu sua premura eseguire il famigerato commento alquanto proditorio. — Non ti fidare, Miro quello non è altro che uno spaccone, attento ti vuole fregare delle lire. Lascio da altri il giudizio, è la cosa migliore non potrei darne uno, sarebbe troppo facile perché dettato da risentimento, vero? Ma volle il caso che proprio Miro ed Enzo, ebbero modo di assistere in parte alla conclusione della commedia, in un modo abbastanza comico, proprio con il personaggio, la P maiuscola. Il tutto in quello studio surrealistico del baffone tartaro. Passando in macchina davanti alla libro-galleria, intravidi il barbutissimo, ed un pochino per sfogare il livore che avevo dentro me, ed un po' essendo uomo, e come tale, sono debole, e tento sempre di pormi al disopra delle debolezze, sinché esse non mi toccano, ma appena ciò accade ripeto inevitabilmente, ciò che mi ero prefisso, entrai per chiedere soddisfazione od almeno giustificazione, il tutto con un'aria di superiorità, e di onor offeso lì per lì non feci nemmeno caso al tutto, volevo vendetta, soltanto morale, ed in fondo vigliaccamente, desideravo che mi provocasse, per mollargli anche un pugno sul viso. Ma purtroppo, l'agnello anche con la pelle del lupo rimane sempre un agnello, e tutti i miei proponimenti, vennero meno quando interrogandolo, si giustificò in un modo talmente banale, che non ebbi il coraggio di replicare, e quasi lo stavo giustificando. — Senti un po': è vero, che hai fatto, sul mio confronto, un apprezzamento non molto felice, te ne sarei grato saperne il motivo, mi sembra che nei tuoi confronti non abbia mai agito male. — Scusami, ma non capisco a cosa tu ti voglia riferire, io, sul tuo conto, non ho fatto nessun commento, di nessun genere. Proprio non capisco. — Lo sai benissimo, o vuoi fare il tonto. — Ma no, guarda che stai prendendo una cantonata. Ed allora ennesima spiegazione, del misfatto sommo stupore, dell'accusato e, a questo punto, mi viene spontaneo citare retoricamente un proverbio. La calunnia è come una serpe, per il veleno che può fuoriuscire dal suo morso, con in più una strana cosa, ha soltanto coda, non se ne riesce mai a trovarne il capo. La colpa di quell'apprezzamento fu passata alla graziosa proprietaria della libro-galleria, a suo dire, oppure perché i loro rapporti non erano più idilliaci come nei vecchi tempi, il fatto rimase, e rimarrà in sospeso non voglio nemmeno tentare di chiedere alla graziosissima, se lei fu l'autrice dell'apprezzamento, perché con certezza mi sentirei rispondere con sommo candore che lei non sa assolutamente niente, e così è meglio lasciare che tutto cada nel dimenticatoio, con la speranza di non ricadere in errate valutazioni, di carattere sentimentale. Il comico della cosa fu, che per correttezza, gentilmente chiesi al P se, visto che lui non era l'autore, se mi toglieva una soddisfazione, e ripeteva il tutto davanti a Miro ed Enzo, acconsentì con gioia, così almeno mi parve, passai a casa di Enzo ed andai a chiedergli se veniva a casa di Miro ed anche per narrare la lieta novella che avevo con me il capo cordata di una lunga e difficile storiella, che narrerò in seguito, all'annuncio e qui mi dolgo di non essere all'altezza di fotografare oppure di designare l'espressione del volto di Enzo. Ma tenterò di descriverla, perché guardandolo per poco non gli risi in faccia conoscendo a fondo il suo carattere, le risposte moltissime volte le dà con il viso, con il suo ammiccare dietro le sue lenti, con i suoi occhi timidi e buoni, incorniciati dalle lunghe basette, ed i capelli che cadono sciolti e fluenti, per il contrasto, che profondamente Io travaglia, ma la bontà che è in lui, è dimostrata dal suo attaccamento agli animali, in particolar modo al suo cagnone, che non so se volutamente od a caso ha una rassomiglianza con il suo padrone, anche negli slanci affettuosi, ma la cosa che rimane è la rassomiglianza evidente. Papic, cane che racchiude in sé molte razze, ma all'apparenza è cane da pastore, di taglia media nero pece, con gli occhi perennemente coperti da una ricca frangia, miopino anche lui come Enzo, e per completare le orecchie gli cadono giù a mo' di basette dando con sommo verismo la rassomiglianza al padrone in special modo quando con la serietà dovuta alla curiosità si siede ed ascolta, cosa si dice inclinando a tratti la testa come se seguisse il discorso, facendo dondolare le sue orecchione, imitando le basette padronali, è uno spasso perché il tutto è fatto con la massima serietà, persino lui, quel giorno, sentendo il suo Enzo a pronunciare la solita frase che sottointende il suo stupore, smise di guardare e si avvicinò, incuriosito. — Sotto in macchina, che ti aspetta c'è Castore, non è così che vi fu dato tale appellativo? — Ma va, vuoi scherzare? — No, è proprio uligan barbuto convinto ad andare da Miro per affermare quella considerazione nei miei confronti. — Ma come hai fatto a convincerlo, con le buone maniere, oppure... — No mi sono appellato al suo senso dell'onore, sperando che ne avesse, ed almeno all'apparenza ne ha. — Mi raccomando a te, non agire come vorresti, attendi prima la conclusione, vediamo cosa ha il coraggio di affermare e poi si vedrà. — Ma mi ci proverò, ma lascia che mi affretti, sono curioso di vedere l'espressione che il suo viso avrà quando mi vedrà. — Sì ma sbrigati, tu impieghi più tempo a pettinarti che una donna. Scendendo la scala l'ultima raccomandazione, e finalmente fuori dal portone, sotto un sole cocente seduto sui sedili posteriori il P. che forse attendeva Enzo, ed il mio divertimento fu proprio il guardare l'espressione di curiosità, e di furore conteneva con un certo patema d'animo la venuta di nuto che il viso di Enzo esprimeva, ma ebbe il sopravvento il buon senso, ed anche l'aria dimessa e timorosa, che il « P » aveva sfoderato per l'occasione. Stendendo la mano esordì in maniera felice. — Ciao, carissimo, come stai? Come mai non ti sei più fatto vedere? Due domande una sola risposta, abbastanza concisa. — Sono a casa ed ho un sacco di cose da fare, piuttosto tu come mai non ti fai mai vivo? Hai forse paura che ti faccia pagare il biglietto come fanno al cinematografo, se vieni a casa mia? — No, ma sai, sono andato fuori Torino, mi hanno invitato ad una mostra. Anzi scusami, ma l'invito era diretto soltanto a me, e non ti ho avvertito, avrei desiderato che venissi anche tu. — Lascia perdere, che anche se mi avessi invitato non sarei venuto, ormai io e tu siamo in pieno divorzio, non avertela a male. Ma ormai i tempi di quando in una presentazione di una mostra fecero nei nostri confronti il connubbio di Castore e Polluce è ormai lontano; ci siamo delusi entrambi, il colloquio che un giorno era iniziato è ormai cosa morta. Caro il mio Don Chisciotte, dicendo quelle frasi combatteva la sua ennesima battaglia, amico mio ancora a distanza di tempo, rammento tutto, con tenerezza, con gratitudine, e sempre più dando senso a quella parola che molta gente dà senso solamente utopistico. E così tra una battuta e l'altra si giunse in quel fantastico cascinale, per ricevere l'accoglienza del nevropaticissimo bassetto Tobia; e qui altro stupore da parte del tartaro baffuto, che alla vista del « P » rimase sorpreso, quanto lo era stato Enzo. Contagio, o connubbio, ma le battute intercorse tra Miro ed il « P » furono in linea di massima le medesime fatte con Enzo. Malgrado il tutto alfine si giunse nello studio e salendo le scale, ennesima fermata per gustare l'ultima opera di Miro. — Chiudi la porta Enzo, non stare sempre per ultimo come la coda della biscia. — Ma che fretta c'è, non è mica scoppiato un incendio? — Dai entra, ora possiamo stare un pochino tranquilli, a discutere in santa pace. E così il conclave era al gran completo, seduti comodamente, si iniziò la risalita alla frase incriminata. — Senti, ora qui siamo tutti e quattro, e per soddisfare una unica curiosità, amichevolmente, io come parte in causa, vorrei da te una spiegazione riguardante ciò che Miro inavvertitamente ha detto, e a quanto pare è stata detta da te, non è un processo, è soltanto una richiesta. — Senti, io sò a cosa ti vuoi riferire, ma posso dirti che io nei tuoi confronti non ho mai detto nulla di simile, anzi nei tuoi confronti posso avere soltanto della riconoscenza, piuttosto forse è meglio che tu dia più peso alla proprietaria della libro-galleria, forse lei ne sa più di cosa io ne sappia. A tale battuta, non fece altro che aumentare in me il pensiero, e la certezza che l'uomo cerca nel maggior dei casi o di mimetizzarsi o di addossare la colpa ad altri, lui la creatura della graziosissima nel momento del pericolo, la tradiva buttandola a mare. Il discorso morì cadendo in un silenzio, eloquente e se i pensieri avessero avuto consistenza materiale, in quel momento si sarebbe udito un gran coro di insulti, ma il senso di educazione, e di pena nei suoi confronti che fece tacere tutti noi, e si scivolò in un altro argomento. — Come è andata la vostra mostra ad Ischia? — Benissimo, pensa che siamo invitati per il prossimo anno, il sindaco ci ha invitati a nome del comune, così il prossimo anno avremo modo di abbronzarci nuovamente a spese del comune. — Ma lasciamo perdere, pensiamo al presente il futuro può non trovarci. E con tale conclusione terminò il discorso e ci alzammo avviandoci per tornare in città. In me rimase la delusione che avevo prima che tale discorso iniziasse e la medesima certezza che avevo all'inizio la mancanza di coraggio di affrontare una situazione di parecchia gente. La certezza l'ebbi un paio di giorni appresso quando con Enzo capitammo per caso nella libro-galleria, in una giornata oltremodo calda, ed appena entrammo nel fondo della bottega, e seduti sul divano i due incriminati che al nostro apparire, ebbero un moto di stizza, velato dall'accoglienza cordiale. — Come fate a circolare con questo caldo infernale? Disse con voce flautata la graziosissima. — Cosa vuoi i mitici diavoli stanno bene al caldo, ed all'inferno esordimmo, sedendoci in due sgabelli di fronte a loro. — Volete bere qualcosa? — No grazie, ma più si beve e più si sente il caldo. — Allora come va, da queste parti? — Ma passando di qui abbiamo pensato di farti una visitina, di cortesia ed anche per vederti. Lei tentando di eludere il discorso. — Vi piacciono i nuovi disegni che mi hanno portato? Ma risposi osservandoli, non sono un gran ché, almeno a me non piacciono, e tu Enzo che ne dici? — Come esecuzione, sono perfetti ma come significato sono troppo freddi, non mi dicono niente. — Sempre caustici voi due, non vi è mai niente che vi piaccia, tutto è oltremodo criticabile, due lingue velenose. — Ecco qui ti stai sbagliando, se qualcuno ha saputo del veleno non siamo proprio noi due, ma qui dentro in tua presenza, anzi nel mentre siamo nell'argomento, quella stantia frase che è stata detta qui non è stata chiarita, anzi è più che mai avvolta nel mistero. Tu non sei andato da Miro, disse rivolgendosi alla « P » non avete chiarito niente. Miro non è sicuro che io abbia pronunciato la frase, ad ogni modo è sicuro che è stata pronunciata qui, anzi anche a me sembra che tale frase sia stata detta, io però sono certo di non averla pronunciata. A tale conclusione, la graziosissima esplose come punta da un aspide. — Vorreste mica insinuare che sono stata io vero con tutto questo prologo comincio a dubitare che vogliate addossare tutta la colpa a me, ma vi sbagliate io non ne so proprio nulla, anzi ero convinta che il tutto si fosse chiarito, ma a quanto pare... Il suo pupillo di rimando, quasi con cattiveria, ed anche per apparire sincero nei nostri confronti. — Senti quel giorno eravamo soltanto noi quattro, no aspetta, io, tu, Miro, la moglie di Miro, Gigi, con relativa consorte, e poi lui, ma quando lui uscì la cosa fu detta. Io in silenzio continuavo l'osservazione, il caldo era passato in seconda linea per compensazione si faceva rovente il discorso, non si trattava più di amici e conoscenti, ma di belve in preda a quel cannibalismo morale che ci fa ritornare ai nostri primordi, quando, se la discussione oltrepassava il limite intervenivano gli atti di forza, ed il morto ci scappava molto spesso, nel nostro caso dato il passare dei millenni, ed anche perché l'educazione ed i freni inibitori che sono in noi, grazie alla civiltà, ed all'evoluzione, che fanno in modo che non accada mai il peggio, eravamo sul piano della discussione pura. Ad un certo punto, per un attimo mi sentii uomo delle caverne, e desiderai avere in mano una clava, fu un attimo soltanto, poi con raro esempio di civismo, ripresi a discutere e non più pensare scene di violenza. Nel mentre stavo per aprire bocca, una frase pronunciata da Enzo, in risposta alla graziosissima, che mi bloccò. — Pensare che io sono uscita da un ambiente che era falso e credevo che acquistando quella galleria, ed avendo una stima e un timore reverenziale dei pittori che pensavo persone con una dimensione poetica ed un animo buono, anche se non capivo, e ancora oggi non capisco la pittura la amavo, non più ora, il male e le delusioni che ne ho provato mi fanno diventare cinica, pietà e morta, non voglio fare più nessun piacere a nessuno, chi vorrà esporre qui dovrà sganciare prima di esporre, altrimenti fuori, così se dovranno dire male di me lo diranno con ragione, ora ne ho abbastanza. — E qui la frase di Enzo con la sua calma apparente, tutto compreso, e quando l'ira lo assale inizia a balbettare, cosa che solo chi lo conosce sa che il suo balbettio, non è un difetto di pronuncia ma l'ira compressa dentro lui. — Scusami, ma se non capisci i pittori come artisti, pretendi forse di capirli come uomini? Tu non puoi capirli e non li capirai mai perché tu agisci con il metro dell'interesse, che automaticamente ti toglie quel lato romantico che tu credi di avere e che non è altro che puro interesse, tu ci vedi soltanto come persone che ti possono rendere quattrini, e ti prego non mischiare il tutto, è assurdo, anche con Miro se ne parlava. Alzò addirittura il tono della voce, sopraffacendo la frase in corso. — Proprio lui che non ha fatto altro che sparlare di me che io qua che io là, ma non è mai venuto davanti a me dirmi tutto, anzi si è mascherato dietro al Chicchi, per dirmi delle frasi che mi vergogno persino di riferire, e dette proprio da quell'ubriacone che ho già pregato di non farsi più vedere qui dentro. Il riferimento al Chicchi non solo mi fece perdere il senso della misura, ma sparlare di una persona simile che per noi, e non soltanto per noi è considerato un maestro, non soltanto di pittura ma di bontà, e di umanità che poche persone possiedono, non era corretto e troppo meschino, proprio lei quella... Sì, il Chicchi beve, ma ben poca gente se ne chiede il perché con il suo autodistruggersi, con l'alcool, io osservandolo non solo come uomo ma anche come artista ne sono stato oltremodo colpito, per ciò che è dentro di lui, il suo tentare di fuggire con l'ebbrezza del bicchiere di brendi la realtà quotidiana, le brutture, che gravidano attorno a noi e sapendo che non può combatterle, tenta con tutti i modi alla sua maniera di evaderla, riuscendo ad evadere dalla realtà, quotidiana, restando nella dimensione che il suo io vuole distante da tutto e da tutti ed appena ne esce ritorna al suo bicchiere. Io credo che in un mondo di fango, se lo sguardo non è commerciale e cinico, non possa vedere i fiori nascere, il sole splendere e le bellezze che lo circondano, sì perché il brutto della natura siamo noi uomini, che con le nostre azioni inquiniamo la natura corrompendola, e trasformandola soltanto in materia, in denaro, in benessere materiale, che in parte è il traguardo massimo degli uomini, bando al bello, allo spirito, al romanticismo, è la materia che conta, ecco cosa il Chicchi vuole fuggire con tutte le sue forze, e vivere in un suo mondo, ed è male fare delle azioni brutte nel confronto di tali persone, dovrebbero essere lasciate nella tranquillità assoluta, sono la parte migliore di noi far loro del male è come approfittare della bontà, e dell'ingenuità di un bimbo. Ed è per quello che mi sentii cavernicolo, avrei ucciso con freddezza quella donna, senza esitazioni, perché gente simile se non eliminata dovrebbe avverarsi il mito di Mida, e tutto ciò che essi toccano non dovrebbe trasformarsi in oro ma in ferro rovente, persino i loro pensieri dovrebbero trasformarsi in cose materiali, ma forse come tante altre rimarranno soltanto utopie. Di una cosa però si venne a capo, di una frase che il Chicchi disse a Miro prima che avesse modo di conoscere la graziosissima. « Sembra u registratore di cassa » credo che come considerazione sia la più appropriata. Ad ogni buon conto rimane la similitudine che l'uomo ha con la bestia, lo differenzia solo la parola, ed egli la usa nel peggiore dei modi ed ogni qual volta tenta di tenere concisione, erra nella maniera migliore, considerandosi la natura stessa, e peccando di immodestia e presunzione. Tale fu la considerazione che io ne riportai in tutte quelle considerazioni, fatte a riguardo dei miei amici, nella necessità l'uomo diventa il peggiore dei cannibali, essendo io stesso cannibale, nel giudizio che faccio di altre persone, credendomi io stesso se non perfetto almeno distante dalle meschinità, non sapendo che non sono altro che un povero essere che tenta di fuggire la realtà. Ma torniamo alla realtà attenendomi ai fatti, che sto tentando di narrare con la dimensione che vedo, e per me sussiste. E l'unica realtà che mi rimane, è la calda amicizia che i miei amici hanno nei miei confronti, e che mi aiuta a sopportare la dura e triste realtà quotidiana, che a me pesa e rifugge dalla realtà, della battaglia affrontata ora per ora, per non soffocare in questa giungla. L'errore della graziosissima fu proprio quello, il tentatore di compenetrarsi in una dimensione che non era la sua. — Sì Miro, dopo tutto quello che ho fatto per lui, il lanciare i suoi dipinti qui nella mia galleria, e fare il tutto per far sì che riuscisse a vendere qualche dipinto, perché sò che ne ha bisogno, si mette a fare dei pettegolezzi, mi meraviglio molto. Questa volta fui io ad interrompere il seguito della sua frase. — Essere così non è cosa valida, tu sai quanto io apprezzi Miro non solo come pittore, ma come uomo, e tutto ciò che ne stai dicendo a me non piace, aspetta a fare le tue considerazioni, fra un paio di giorni verrà a Torino il Gigi, ed allora con lui presente avrai modo di fare tutte le considerazioni che ti verranno alla mente, ed allora con il suono di tutte le campane forse si sentirà che suonerà più giusta. — Anzi è proprio quello che desidero, aggiunse la graziosissima, così sentiremo se qualcuno dei presenti dirà la verità.. — Ecco un altro tuo errore, sentiremo soltanto un'altra versione dei fatti, senza venirne a capo di nulla. — Ma perché allora se sai di non venirne a capo di nulla non smetti di cercare la verità? — Lo faccio soltanto per diversivo, tanto la conclusione io la so dal principio, spendiamo tante parole per giungere ad una sola conclusione, tu meglio di me sai chi, e quando è stata detta la cosa, e se mi fai una cortesia vorrei che il tutto finisse così come è cominciato. — Sei proprio strano, hai sollevato un can can ed ora non ne vuoi più sentire parlare, proprio non ti capisco. — Cosa vuoi, forse sarà pudore morale, o vigliaccheria, pensala come vuoi, ma non voglio più sentire parlarne, ne sono nauseato. Ci alzammo e con noi si alzò pure il « P » accompagnando la nostra uscita sino alla macchina salutandoci con calore, e chiedendo quando ci saremmo rifatti vivi, non pensando, o pensando che la nostra stupidità fosse abissale, e l'accaduto non fosse altro che un piccolo episodio passeggero di vita spicciola, e quotidiana. Tornando subito poi con la massima celerità consentitagli nella libro-galleria, per consolare la sua padrona morale la sua mecenate forse per giustificare la sua virata di boa, la sua difesa, il tutto è soltanto mia immaginazione, suffragata un pochino dai fatti. A casa di Miro uscì con la frase «Piuttosto è meglio che guardiate la graziosissima ». E poi il ritrovarlo lì seduto in atteggiamento più che confidenziale, seduto sui divano accanto a lei, lasciarono in me la convinzione dei fatti accaduti, del connubbio di entrambi. Strada facendo fra di me ed Enzo vi fu un lungo silenzio, ugualmente carico di tensione, forse pensava le medesime cose che pensavo io, ed il colloquio non era necessario, per dare vita ad uno stato d'animo che permaneva in noi, con nostre considerazioni e tali rimanevano senza il bisogno del colloquio tale era la sincronizzazione del pensiero che tra di me ed Enzo. Non ci accorgemmo nemmeno di essere giunti davanti a casa sua, chi ce ne dette la viva presenza fu il solito Papich, che con il suo festoso abbaiare, ci fece tornare alla realtà, uno sguardo, un solo commento. Che gente di merda. E così si chiuse il capitolo libro-galleria, ma molti altri personaggi popolano la mia città, con molte anomalie, strane e divertenti.

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