Cose nostre tre - Capitolo secondo

Di colui che voglio narrare bisogna farne un ritratto abbastanza vero, per capire non la figura fisica, ma il suo modo di vedere, di pensare, di agire. Nobile di nascita, di educazione, che le circostanze portarono in un ambiente che non era il suo, portandolo a pensare con idee opposte all'educazione sia morale che in parte politica. Io lo conobbi tramite Enzo, anche lui frequentava la libro-galleria ed ebbi modo di notarlo subito con i suoi modi affettati, soltanto nel salutare si sentiva con quel suo « Ciao vecchio mio come stai? » dava due sensazioni, o recitava la parte del giovane bene educato e tutto modino il vero sogno di tutte le mamme che cercano di maritare le loro figliole zitellissime che inseguono il sogno del principe azzurro, oppure la recitazione non era tale ma cosa naturale, ed innata con il suo titolo nobiliare. Con questo non è che io abbia la fobia della nobiltà, no, io ho la fobia delle persone insincere che tentano di recitare una parte che non gli si confà, ma non precorriamo i tempi. Anche lui per vezzo dipingeva, cose irreali e strane, odiando al massimo l'ordine precostituito, atteggiandosi ad anarchico con tanto verismo che persino Enzo lo credeva tale, e tentava di essere sempre il primo in ogni azione e diatriba che fosse tesa a dimostrare di pericolo, la cosa strana, che lasciava la sorpresa a chi lo osservava era il suo modo di vestire in modo inequivocabilmente militaresco, anche negli atteggiamenti, la vigorosa stretta di mano, accompagnata dalla lieve flessione della schiena, e se chi saluta è una donna pare voglia baciarle la mano come si faceva ai bei tempi dei cavalieri di cappa e spada, il tutto quasi a farsi notare, in contrasto di chi faceva notare scherzosamente caro Marchese come va? Si adirava tremendamente, mandando invariabilmente a quel paese l'incauto pronunciatore di tale frase, tentando con tutti i modi di essere scurrile pronunciando le peggiori parolacce, proprio quando non era il caso. ubriacandosi nel modo più sconcio, ma proprio nell’ebbrezza dell'alcool dava realtà al detto in vino veritas. Allora il suo occhio diventava simile a quello del cocher, buono timido e per accentuare la cosa persino i suoi baffi non erano più dritti come di solito rimanevano quando il suo atteggiamento era più rivoluzionario si accasciava letteralmente, abbandonandosi, a sproloqui che andavano per gradi, quanti ne aveva bevuti, per poi tutto ad un tratto ridiventare sobrio, ed il preannuncio era la sua frasetta « Scusami vecchio mio ». Nobilissimo come dicevo, ma militaresco, ram- mento che una volta in occasione di una gita in montagna me lo vidi capitare conciato, anzi come disse lui, vestito per l'occasione in maniera che il piglio militaresco fosse maggiormente accentuato. Per cappello si era fornito dall'esercito Canadese, come zaino e sacco a pelo da quello americano, come giubbotto per grandi scalate, pantaloni chachi, camicia gialla ed al collo un fazzolettone nero, che a suo dire rappresentava la bandiera anarchica, ma da cosa che mi fece sorridere furono gli scarponi, quelli che di solito portano mal volentieri i fantocci perché sono un pochino pesanti, ma li portava con quella fierezza tipica del suo casato, e per sopprappiù seminascosto dal lembo della camicia nella tasca posteriore una guaina contenente un coltello da lancio, il perché lo portasse non volli chiederlo perché lo intuivo, anzi lo immaginavo. I suoi avi uscivano dai loro manieri non soltanto con i palafrenieri come scolta armata ma loro stessi portavano sempre un'arma, una spada, un pugnale, ora tanto per addattarsi ai tempi il bel marchese si accontenta di un coltello da lancio, tanto per rimanere in carattere. Zaino colmissimo, non di cibarie, giammai quasi tutto lo spazio era dedicato al cambio altri pantaloni, camicie, bermuda, fazzoletti da collo, una bottiglia, ed uno splendido cavatappi, non il solito ma l’ultimo ritrovato tecnico pareva un rompighiaccio, ma nell'impugnatura una bomboletta di gas, atta ad alleviare la fatica di estrarre i tappi con la forza, anche la pulzella che lo accompagnava era in carattere con la sua persona, alta quanto lui, lunghi capelli, viso lungo e stretto, una piccola bocca, ed il fare di gran dama ottocentesca, ciò era l'apparenza ma in realtà era una provincialotta che si beava frequentare la nobiltà, forse con chissà quali scopi. Le prove le avemmo io e Enzo, recandoci per chiedere un favore ai suoi genitori, per ottenere il permesso di una sua venuta in montagna per assistere mia moglie fresca di parto, anzi quel giorno venne anche lei con il pargolo, con intenzione di rendere la cosa più veritiera che mai, il tutto dietro preghiera dell'interessata, il suo invito sera stato ripetuto molte volte ed allora visto che la cosa anche perchè la credevamo una persona amica ci faceva diletto che lei fosse della partita, perchè almeno per noi gli amici sono sempre graditi. Non si può descrivere l'accoglienza che ci fu fatta all'arrivo nel suo villaggio, abbracci gridolini di gioia. — Ma come sono lieta, venite avanti, mi avete fatto la più bella sorpresa che mi potessi aspettare. Entrammo in casa e continuarono le presentazioni : — Questa è mia madre. — Mamma, questo è Walter Enzo, la moglie di Walter ed il piccolissimo LUCA. — A, lei è Walter mia figlia mi ha parlato molto di lei sono molto contenta di conoscere gli amici di mia figlia. — II piacere è nostro, ma non ci faccia arrossire, non faccia troppi convenevoli. E così ci accomodammo, dopo il rituale caffè, ci portò su di uno splendido terrazzo che dominava la valle sottostante e dal quale la visione delle colline era oltremodo splendida, come soltanto le colline del nostro piemonte sanno essere, il verde dei colli, interrotto a tratti da qualche casolare, e dal giallo oro dei campi di grano, ed il verde rosso dei peschi completava la tavolozza dei colori delle langhe circostanti. In quell'attimo il Pavese mi tornò alla mente, l'unico che aveva capito cantandone i pregi che soltanto con il suo animo poteva dare in tanta bellezza di natura che colpisce e lascia attoniti. Passato l'attimo tornammo ai nostri discorsi, alla richiesta di notizie degli amici lontani, come sta il tale e il talaltro, ed andammo avanti un bel poco narrando i fatti che erano accaduti in sua assenza, soddisfando la sua lecita curiosità, ma ad un tratto colpa dell'aria frizzante ed agreste in me si risvegliò un certo languorino e guardando Enzo subito ci capimmo, comunicazione del pensiero? Chissà fatto sta che la pulzella ci chiese se avevamo il desiderio di fare uno spuntino ed a tale proposta acconsentimmo nel più entusiastico dei modi tale era l'appetito in noi. Se ne venne fuori con un grosso piafeto contenente salame, formaggi, olive. A tal vista assalimmo di buon grado facendo onore allo spuntino conversando e masticando, con somma allegria. La madre ogni tanto veniva a dare uno sguardo se il tutto procedeva nel migliore dei modi, felice che noi si gradisse il cibo, anzi vedendo che le olive erano terminate ne portò un nuovo rifornimento, il particolare che mi colpì fu lo sguardo che fece alla vista che si buttavano l'ossicino delle olive, in un campicello che confinava con la casa ma non vi feci caso. Al termine dello spuntino, ci fù esteso l'invito per la cena che accettammo di buon grado anche perchè senza l’autorizzazione del padre la venuta in montagna di Teresa non era possibile almeno così disse la madre, io in special modo ero curioso di conoscere il padre in questione anche perchè Teresa me ne aveva parlato, dipingendolo come una persona di grandi vedute. Seduti sul terrazzo attendemmo l'ora di cena, e l'arrivo del genitore che la mia curiosità; suffragata dalla descrizione fatta dalla figlia era acuta. L'indaffararsi della madre, e la continua richiesta di cosa volessimo per cena incominciava a farmi sentire a disagio, ed anche perchè la sera si stava facendo buia, ed il piccolo era meglio che non fosse sballottato stavano creando in me la voglia di andarmene ma le circostanze, e quel residuo di educazione che è in me, mi costrinsero ad accettare la situazione. Alfine il genitore giunse, la prima impressione si pensa che sia la più giusta e quella che io ne riportai, in cuor mio mi deluse. Alto, somigliante in modo abbastanza reale alla figlia, con gli occhi chiari, la stessa bocca, il naso insomma dai caratteri somatici era molto simile a Teresa. — Buonasera, esordì porgendomi la mano, come sta? — Bene, grazie, sono molto lieto di fare la sua conoscenza. — Piacere tutto mio. In tutto questo soliloquio la cosa che mi dette certezza materiale al pensiero fù la stretta di mano, appena accentuata sfuggente come il suo sguardo, che molte volte crea quel senso di repulsione fisica, e che la maggior parte delle volte viene confusa con la timidezza, detti il tutto per timidezza. Ci sedemmo a tavola, ed iniziò quella che parecchi giorni dopo fui obbligato a denominare come « Cena delle beffe » Verso il termine come inevitabilmente accade si iniziò a parlare, per primo argomento la permanenza di Teresa a Torino dove studiava, ed essendo non soddisfatta della facoltà scelta, perchè secondo lei le scienze politiche non erano abbastanza soddisfacenti, ed impersonali per una donna, aveva scelti filosofia ed il genitore non ne era rimasto soddisfatto. Nelle rare parole che ogni tanto faceva cadere dall'alto come favore per noi tutti se ne lagnò. — Proprio non riesco a capire perchè mia figlia voglia andare a Torino a studiare quando qui vi sono tutte le scuole che vuole, sola in una città dove tutto è in agguato per fare degli scherzi a delle ragazze sprovvedute. — Mi permetta, ma non crede che gli amici possano fare in modo che ciò non accadda. — E gli amici, non esiste l'amicizia, è soltanto un'utopia, ci si approfitta sempre di tutto con la scusa che si è amici. Ecco il suo errore, si vede che lei nella sua vita non ha mai avuto un amico, perchè se la pensa così nemmeno ne troverà. Ma a me basta avere la mia famiglia, il mio lavoro, e se non ho da mangiare nessuno me ne da. — Vede, lei ragiona come la maggior parte del genere umano che pensa soltanto alla parte materiale, alla pancia con parole povere, non pensando che possa esistere anche il sentimento. — Si, ma vede io sto facendo tutto soltanto con uno scopo, lavoro sudo per non fare mancare niente nè a mia moglie, e a mia figlia, loro sono l'unico scopo della mia vita. — Può anche avere ragione, perchè lei vive in un suo mondo, fatto solo di lavoro di fatiche, ed anche di ipoteche, non materiali, ma oltremodo morali. — Come, cosa vuol dire per ipoteche, che io abbia dei debiti? — No, non mi fraintenda, il significato di ipoteche morali sta per speranze, e obblighi che sua figlia, per esempio, dovrà avere nei suoi confronti quando lei sarà vecchio, e non più in grado di provvedere a se stesso, oppure desidera che lei non abbia a provare le sue stesse delusioni, che percorra non la strada da lei percorsa ma una più bella. Lo si nota già, la sta facendo studiare, tenta di darle più soddisfazioni possibili, pretendendone però in cambio affetto, ubbidienza, sottomissione. — Mi sembra esagerato, poi a quanto vedo anche lei è padre, se suo figlio le facesse il ragionamento che lei sta facendo a me ne sarebbe contento? — Io sì perchè avrei la soddisfazione di avere inculcato in lui il senso della vita, non come tantissimi genitori che già alla nascita dei figli iniziano a fare dei calcoli. — Adesso, appena è adulto, lo facciamo studiare, se è possibile una laurea, almeno così quando siamo vecchi ci aiuta e possiamo avere una vecchiaia serena, senza preoccupazioni materiali, così a inizio la coercizione, tutto ciò che sarà fatto per loro un giorno sarà, anzi deve essere ripagato, con relativi interessi. Proprio come i buoni fruttiferi che si acquistano in banca. — Lei sta esagerando, io spero che la mia Teresa sia felice, che non debba avere le delusioni che ho avuto io, poi un po' di rispetto per chi vi ha messo al mondo, ed anche un aiuto si può dare non le pare? — Voglio farle ancora una domanda, sono forse i figli che chiedono di venire al mondo, oppure la nostra soddisfazione personale, ed una parte di egoismo che fa parte del nostro io ci spinge a procreare, continuando a sperare che in loro si verino tutti i fallimenti della nostra vita trascorsa. — Può anche darsi, ma io vedo le cose sotto un altro punto di vista, per me l’insegnamento di mio padre, è stato più che buono aiutandomi ad essere uomo in molte circostanze che voialtri giovani non avete provato. Erano altri tempi, non si pensavano nemmeno cose simili, avevamo pìù rispetto per i nostri vecchi, altro che conti in banca, noi della vita avevamo più rispetto. — Ciò però non vi ha impedito di fare tante di quelle guerre con tanti di quei morti e di quelle sciagure che la vergogna vi impedisce persino di pubblicarne gli sviluppi e gli eventi sui libri di scuola, ma non è tutto, ed è meglio che il discorso si finisca qui per non degenerare. — No, anzi, mi fa piacere sentire come la pensano i giovani, gli amici di mia figlia, in fin dei conti solo così riuscirò a capire chi frequenta facendomene un giudizio. — Vuole rendersi conto se noi la traviamo, oppure inculchiamo in lei delle strampalate teorie? — No, io pretendo soltanto una cosa sapere, cosa fa Teresa e con chi va. — Ecco, vede, con quella frase ha dato consistenza a tutto il parafrasare che abbiamo concluso soltanto adesso. — Pretendere non è forse il sottointeso di coercizione? — Lei parla troppo difficile per il mio carattere, ad ogni modo mia figlia fa cosa voglio io sino a che mangia il mio pane, poi si vedrà senza tante complicazioni. — Cosa lo trattenne dal buttarci fuori tutti quanti non lo seppi che qualche giorno addietro quando il nobilissimo Marchese telefonò ad Enzo. — Pronto Enzo sono Massimiliano, come stai? — Bene, anche se sono le otto del mattino, cosa vuoi — Senti mi ha telefonato Teresa dal paese, sai che doveva venire in montagna a tenere compagnia alla moglie di Walter, ma non so cosa sia successo, mi ha detto della vostra visita da lei e che suo padre, si è arrabbiato e non vuole lasciarla venire, cosa è successo? — Niente, abbiamo parlato e basta, che io sappia non abbiamo offeso nessuno. Ma pensa che il padre di Teresa quando siete andati via voi è uscito di casa e ne è tornato alle due di notte, ancora arrabbiatissimo, ad ogni modo mi ha detto che telefona lei alla moglie di Walter. — Non so proprio che pensare, ma scusami, Massimiliano, cosa centri tu con Teresa, perché ha telefonato a te e non direttamente a me che sono parte in causa? — Ma sai, non vorrei che tu pensassi male ma mi sono innamorato di lei, «tu sai la mia situazione, non vorrei che mia moglie lo sapesse, anche se non viviamo più assieme, non mi sembra corretto. — Cavoli tuoi, fai come meglio credi, io appena vedo Walter riferisco la tua telefonata e così sentiamo cosa ne dice, va bene? — Sì, ottimamente, vecchio mio, e scusami se ti ho importunato ad un'ora così mattutina. — Lo stupore di Enzo ebbi modo di constatarlo nemmeno mezzora dopo ero a casa sua, e subito mi assalì: — Sai, mi ha telefonato il marchese, sa del nostro viaggio a casa di Teresa ma la vera novità non può smentirsi, il bel principe e la solita Cenerentola ma se non vado errato non è sposato, mi ha parlato anche di un figlio, e che stava tentando di fare la pace con la moglie. — Lasci perdere è un essere che se non ha un amore per le mani non riesce a far nulla è troppo lirico, pensa che domenica scorsa, tutto ad un tratto si è messo a piangere, ed alla mia richiesta di cosa avesse: — Niente, sono soltanto innamorato, e l'oggetto dei miei pensieri non lo sa ed io non oso confessarglielo. — Basta non voglio sapere di più, ad ogni modo senti, preparati la valigia che noi partiamo ugualmente per la montagna, con o senza Teresa ci aggiusteremo ugualmente, voglio soltanto telefonare al marchese per sentire con le mie orecchie, ed anche per dirglî che se anche i genitori di Teresa cambiano idea e la lasciano venire, non la voglio io se U padre la pensa così io non voglio assumermi nessuna responsabilità, che ne dici? — Non per darti ragione, ma la penso così anch'io. — Dai, allora, preparati che si parte, fuggiamo il caldo può darsi che l'aria fresca dei monti ci dia non soltanto refrigerio, ma anche la limpidezza del pensiero, per esaminare non soltanto la situazione, ma anche il nostro agire. Come giungemmo lassù, il nostro primo lavoro, prima ancora di prendere l'aperitivo, fu usare il telefono, certi che a quell'ora il marchese era se non prossimo, stava pranzando. — Drin, drin. Pronto casa... — Sei Massimiliano? — Sono Walter. — Ciao, carissimo, come va? — Benissimo, ma piuttosto cos'è tutto questo trambusto, Enzo mi ha accennato qualcosa in merito. — Non è niente di grave, soltanto una reazione sproporzionata, non ti preoccupare. — Scusami ma mi preoccupo, ed anche molto, pregandoti di avvertire Teresa di fare a meno di venire quassù. — Ma cosa dici, perché te la prendi così? — Porse lo puoi capire o forse no, ma preferisco non avere delle grane, tu, piuttosto, se vuoi venire a trovare degli amici vieni, ma fallo da solo. II cambiamento della sua voce fu per me la prova di quale grado può avere l'amicizia, divenendo tutto ad un tratto fredda come non mai, con quel modo di distacco che i suoi avi avevano nel trattare i vassalli inadempienti. — Se la pensi così, pazienza, vorrà dire che me ne resterò a casa. — Fai come vuoi, ciao e buon appetito. — Figurati che buon appetito posso avere, dopo una notizia simile; ad ogni modo arrivederci. Riferendo la cosa ad Enzo non fece altro che guardarmi, e venirsene fuori con una delle sue solite frasi. Per me, quello, si era già preparato tutto il suo bel piano, venire su con la bella Teresina, andarci a letto ed il tutto con il tuo beneplacito e sotto la tua responsabilità. Può darsi che tu l'abbia azzeccata, ma si sbaglia di grosso, io li rimando da dove sono partiti. La prima ad essere partecipe alla cosa fu la mia metà, la quale ascoltando le cose commentò più o meno benevolmente, aggiungendo un: — Vedrai, oggi è venerdì, domani sabato al massimo alle quattro li vedrai capitare qui, può darsi che mi sbagli ma il mio sesto senso non mi inganna. — Suvvia, non esserne troppo sicura, disse Enzo, può darsi che un po' di dignità esista nel suo nobile casato. — La dignità è una cosa, il letto un'altra, gli rispose Silvia. — Bé, forse hai ragione, ad ogni modo staremo a vedere. II venerdì passò con somma allegria, e già in noi il pensiero sia di Teresa che del marchese era quasi svanito, rimaneva soltanto la curiosità di quanta dignità possedesse il marchese. — Oggi, vedremo, fu la prima frase che Enzo pronunciò alzandosi di buon mattino. — Sai sono proprio curioso, cosa dici, verranno? — Cosa vuoi che ti dica ne so quanto ne sai tu. La previsione si avverò, quanto prima, e nel tardo pomeriggio io stavo dormendo, Enzo seduto al tavolo stava disegnando. La calma era massima, ed il solleone era al culmine, e la volontà sia dì agire e parlare, ed anche di connettere, non è nella condizione più adatta. Proprio allora nel momento meno adatto, si udirono i passi e le voci provenienti dal basso. — Silvia, Walter, siete in casa? 10 non risposi, si affacciò Enzo, venite ci sono. Eccoli non ti eri sbagliata, adesso vedremo cosa diranno. La cosa che mi calmò in parte fu l'abbigliamento più che mai in colore con il luogo, Teresa gonna pantalone alla sariana, coloniale borsone valigetta, che subito notai, notando le sue intenzioni di fermarsi, malgrado la mia telefonata. Il più pittoresco rimaneva il marchese, pantaloni militari chachi, stivaletti camicia militare, con relativo fazzoletto annodato al collo, nero, foén si intende, cappello militare, con appuntato a lato il distintivo di Mao Tze-Tung, un ricco zaino, un rotolo con il sacco a pelo, ed un aspetto marziale che mai unito il tutto ad un'aria truce che assunse entrando in casa. Dopo il saluto abbastanza educato esordì, tirando fuori dallo zaino una bottiglia che si affrettò a stappare con il suo cavatappi, ultimo modello, con bombola incorporata, nel frattempo Teresa, tutta immusonita, seduta in un angolo ed il marchese si beava con lo sguardo ogni qual volta si volgeva verso di lei. Poi, tutto ad un tratto, iniziò lancia in resta la difesa della sua pulzella come cavaliere nella sua lucente armatura, tentando con lo sguardo ed anche con continüi sorsi di vino di creare l'ambiente. — Scusami Walter, ma ti sarei grato se mi dassi spiegazione alla tua telefonata, sai, mi ha colpito, io ne sono rimasto scosso, ed anche meravigliato. — Meravigliato, e perché? — Sì, in fin dei conti, dopo una telefonata simile voglio credere che con tutta la volontà possibile non si possa essere di buon umore, ed anche dopo quella che mi aveva fatto Teresa, e che mi ha raccontato il vostro comportamento, quando siete andati a casa sua, vi siete comportati come degli elefanti in un negozio di terraglie, anche nello spuntino che sua madre vi ha offerto, sembravate bufali affamati. Ma a questo punto esplose la collera. — Cosa vuoi dire con tutto questo, risposi con faccia adirata, e come ti permetti, poi se non vado errato non aspetta a te fare dei commenti non ti pare? Tu Teresa sei senza lingua? — Ma io gli ho continuato a dire di rimanere zitto e pensare ai fatti suoi. No, permetti, sono anche fatti miei, oppure io per te non conto proprio nulla. Ora basta, mi pare che stiate eludendo il discorso, tu Marchese sei più opportunista che mai. — Come opportunista, perché vi ho fatto l'appunto del vostro comportamento? — No, carissimo, soltanto che io ti credevo un amico, invece non lo sei affatto, lo stai dimostrando con il tuo discorrere. — Ecco cosa mi addolora, il pensare che non siamo più amici, mi permetterai di avere degli stati d'animo e di agire in conseguenza, io avevo sperato che Teresa venisse in montagna per potere rimanere con lei, ed è tutta la settimana che nutro questa speranza, e la tua telefonata mi ha colto in contropiede, io... — Tu, scusa se sono sincero, ha fatto altri pensieri, forse leggermente pornografici come l'andare a letto con la tua bella, e non mi dire di no perché il tono della tua voce quando ti ho detto di non venire, è stato più evidente che le parole che stiamo spendendo in questo momento. — Sì, in parte è vero, ma ciò non toglie che io credevo di avere degli amici ed invece.... — Cosa sia per te l’amicizia, in quale dimensione tu la collochi io non lo so, ma se tu pensi che l'amicizia si risolva al tenerti mano nelle tue imprese amatorie, ti sbagli, mi delude e mi addolora. — Ma proprio non ti capisco tu che sei tanto anticonformista, ti comporti come un conformista, poi io sono maggiorenne vaccinato e responsabile di ogni mio atto. — Vaccinato sì, maggiorenne pure, ma soltanto d'età, non di concezioni, lo stai dimostrando con somma evidenza. — Guarda, è meglio che la smettiamo di offenderci anzi, se permetti, vorrei dirti due parole da solo, voialtri mi scusate vero? rivolgendosi ad Enzo e Silvia. — Vieni, andiamo sopra. Si alzò seguendomi su nel terrazzo. — Senti Walter, non la prendere così, in fin dei conti, sono sempre stato nella vostra compagnia, ti sono amico e tengo alla tua anzi alla vostra amicizia. Mi pare che tu abbia fatto l'opposto ormai è bastato il tuo atto critico nei nostri confronti, almeno io la penso così. Abbassò il viso coprendolo, rimase alcuni attimi in posa per poi alzarsi mostrando le lacrime che gli scivolavano lentamente rigandogli il viso cadere sui baffi, e spiovere sugli angoli della bocca che tremava scossa dai singhiozzi, uno spettacolo veramente penoso e poco dignitoso, per un nobile marchese. — Basta, piantala, non serve a niente piangere, sii uomo. — E proprio, perché sono uomo che piango, tu sai la mia situazione, sperare senza speranza, illudersi mi sono illuso che Teresa provi dei sentimenti per me, io non so nemmeno più cosa pensare. — Non serve pensare, bisogna essere reali, camminare con i piedi in terra, il vivere come fai tu, molte volte confondi la realtà con l'illusione, e quando tocchi la terra il sogno irreale ti sembra più brutto di cosa possa essere in realtà, come svegliarsi da un incubo. — Sono innamorato senza speranza, ecco il perché, forse tu non mi puoi capire, ma sono tanto solo. — Ti capisco dal lato solitudine, e posso dirti che non vi è persona più sola di quella che voglia rimanere sola, frase retorica, ma gli esempi che la dimostrano sono molti, io per la poca esperienza che con il tempo ho acquisito l'ho visto, e come vedi non sono mai solo però è il modo di agire che stride con cosa stai dicendo, fai di tutto per renderti antipatico e poi vuoi che le persone ti rimangono amiche, non ti pare una cosa assurda? — Ma se la pensi così fai male. E io giù altre lacrime. — Fammi una cortesia, smettila. — E tu fai in fretta a dirlo, se tu fossi nella mia situazione... Tu lo sai che se non peggio ma con ugual misura la mia situazione è di gran lunga più subdola che la tua, tu almeno il figlio che hai a casa è tuo non soltanto mio ma anche di lei, abbiamo combattuto e non poco, ed a qualcosa siamo riusciti, senza lacrime affrontando la realtà quotidiana, non con questo che io sia un uomo superiore, al dolore e pronto alle situazioni, no sono un uomo che soffre, che gioisce, che patisce più che mai, ma tengo duro con la speranza sempre di un tempo più bello, per ciò io continuo a combattere ed a sperare senza lacrime camminando sulla terra, partecipando alla vita, in modo reale e non fantastico, ma non voglio raccontarti la mia vita, sarebbe troppo tedioso. Non una parola, soltanto il suo sguardo i suoi occhi bagnati dal pianto che mi fissavano, vaqui come i suoi pensieri allora mi arresi, andiamo tanto per tanto che si parli non riusciremmo mai a capirsi. — No, senti, lascia che ti spieghi, io ho ecceduto nelle considerazioni, ma avevo i nervi, era tutta la settimana che speravo di poter stare con lei, e tutto ad un tratto la telefonata, ed in più un gran mal di denti, ed in più questo gran caldo che rende nervosi tutti, accetta le mie scuse. — Non vi è niente da scusare, ormai il solo pensare che un amico si è messo a fare delle critiche per amore di una donna, uccide ogni cosa se tu fossi venuto da me con la calma e senza offendere ci saremmo spiegati e nulla sarebbe accaduto, scusami tu ma, questo è il mio punto di vista e tu sai che non sono capace di stare zitto, io la penso così. — Va bene, se proprio non vuoi cambiare idea, ne sono oltremodo addolorato è la cosa più brutta perdere la vostra amicizia, ma d'altronde ormai... E scendemmo in cucina dove per la sorpresa di tale reazione sia Enzo che Silvia erano rimasti ammutoliti, ed erano rimasti seduti e non vi fu bisogno di parole per spiegare tutta la situazione, un solo giudizio unanime e anche sconfortante, ci eravamo nuovamente ingannati credevamo di avere trovato degli amici, invece... Ancora oggi, pensando a loro, non posso fare a meno di considerare quanti punti di vista ed in quanti gradi sentimento molti di noi collocano sia i loro pensieri che le emozioni, con sfumature che vanno dal voler capire, prendere coscienza, amore, amicizia, pietà, dolore, lealtà, insomma tutti i componenti che l'uomo racchiude in sé e si manifestano ogni qual volta che egli si trova nella situazione di usarli, si comporta in maniera difforme chi mette una cosa dinnanzi all'altra, chi ride troppo o chi piange molto, chi non ama, e chi ama troppo. Dando interpretazione, molte volte, per convenienza false a cose tanto reali è tanto bello il calore di un sentimento, anche ora che la situazione creata dall'evoluzione porta ad essere molto meno romantici, si ride spesso pensando che cose simili non possano più coesistere con il tutto non pensando che non si potrà mai distruggere il sentimentalismo che l'uomo ha dentro di se come componente massima di vita, per la vita, io penso che rimarrà sempre un inguarïbile romantico. Basta vedere il comportamento di fronte alle situazioni, l'uomo ride e piange ama e soffre, esattamente come nel sesto secolo, avrà cambiato il linguaggio ma in lui è rimasto il romanticismo e la capacità di tramandarlo, malgrado molte volte egli stesso neghi di esserlo. Non sono un filosofo e nemmeno voglio tentare di esserlo, questa è la mia dimensione, sono soltanto un uomo. Ma torniamo a dare corpo agli eventi, dopo tutta la discussione Teresa e il paladino uscirono, anche perché lui doveva chiarire alcune cose con lei. Enzo nel frattempo era uscito sul balcone ed il marchese nel passare si fermò e gli rivolse una domanda, mandando contemporaneamente lui a prendergli un gelato al bar. — Senti Enzo, tu mi sei amico, voglio porti una domanda, mi permetterete che io mi innamori, che abbia una donna che mi conforti? — Smettila, non è il caso che ti giustifichi, lascia perdere, perché per te è molto più importante una donna che gli amici, pensa che se perdi la donna, un'altra la ritrovi ma amici se agisci così è molto difficile che ne ritrovi altri.
— Allora anche con te è finita, non volete perdonare chi ha sbagliato. — Sei sempre lirico come al solito, corri, Teresa ti aspetta. Non seppe ribattere, e voltandosi con rabbia partì con il suo caratteristico passo marziale lasciando a noi il commento ed il suo disprezzo. Farne dei commenti è troppo facile ma è sempre preferibile che l'interessato ne sia presente, almeno ha la possibilità di difendersi, e così rimanemmo zitti commentando dentro di noi il tutto. Passato l'attimo e sentendo il bisogno di fare quattro passi di lì ad un poco uscimmo con relativa carrozzella appresso, e seduti al bar Giulietta e Romeo stavamo discutendo con animazione, salutando il nostro passare con — Possiamo venire anche noi, o disturbiamo? — No, niente affatto facciamo un giretto per far prendere una boccata d'aria al piccolo. Si alzarono e si accodarono, solo allora mi accorsi dello scambio dei copricapi ora il berretto dell'esercito Canadese era appoggiato alle graziose chiome di Teresa, che con la sua saariana sembrava ih divisa, anzi solo allora mi sovvenne il cambiamento non solo del modo di acconciarsi ma anche quello di gestire, con una similitudine spaventosa assomigliava al marchese, e pensai. Come fa presto la gente a camaleontizzarsi, Cenerentola è stata fagocitata dal principe azzurro, anche ü suo passo marzialissimo, il saluto con l'inchino, e lo sguardo altero, ma le sorprese non erano terminate. Silvia davanti conduceva la carovana, dietro Teresa ed il Massimiliano, più indietro io ed Enzo, vidi il marchese chinarsi e raccattare un fuscello, e dopo attenta misurazione spezzarne un pezzetto forgiandosene un fac simile del frustino che portano gli ufficiali Inglesi, e come tale lo portava, un'estremità in mano, e l'altra sotto l'ascella, ü suo passo assunse altra cadenza, pareva di vedere il generale Montgomeri, almeno in un film la sua camminata era uguale. Lei, con le mani dietro la schiena, marciava con la medesima cadenza di lui, il suo passo aveva perso la femminilità che di solito le donne hanno, il parlare, l'atteggiamento non era di questo mondo, bastava chiudere gli occhi e ci si ritrovava in pieno ottocento. L'ufficialetto tutto compreso della sua divisa, al passaggio lungo un viale con una damigella accanto, che per non dare aria confidenziale si curvava a tratti per parlare con lei, con il risultato di camminare per sghimbescio ed anche per non inciampare nella sciabola che portava di rigore l'ufficiale, risultato che nel mezzo della coppia si formava un vuoto molto significativo, quello che la formalità e la mancanza di coraggio ha per evidenza. Così a me davano l'impressione, lui ossequioso e lei scontrosa, almeno posava a tale, ed il vento a tratti portava brani della loro discussione ed il comico della cosa che sentii pronunciare molte volte. Ma fatti furbo, non dire cretinate, sei uno scemo. II tutto con la massima facilità, ed al di fuori dell'etica che in certo qual modo stavano tentando di rappresentare. Una frase mi colpì in particolar modo perché sono certo che si riferiva a noi perché nel pronunciarla il marchese alzò il tono della voce. — Credimi, Teresa, io non ti metterò mai prima degli amici. La cosa migliore era tacere, lo feci gridando però dentro di me, marchese sei un emerito c..... Naturalmente, per rispettare la tradizione dell'ospitalità, alla sera li invitammo a cena, accettarono di buon grado, io credevo non lo facessero ma si vede che la pancia è di gran lunga più debole del carattere, manca di dignità e se non si controlla fa fare delle brutte figure, a me ed a Enzo aveva fatto fare la figura dei bufali affamati. Cenammo con sana allegria, la stessa che si può provare nei banchetti diplomatici, sorridendo e sputando veleno e battute, il tutto per far sì che la digestione sia più rapida. — Scusatemi, fece il marchese togliendo l'etichetta al bottiglione del vino, non mi ero accorto che... II tutto per farci notare che sull'etichetta vi era scritto in caratteri cubitali bianco sul rosso il marchio di fabbrica del vino « Marchese » essere nobili e doverlo dire o farlo notare quale impresa. Bene o male la cena finì e come conclusione, Silvia se ne uscì con una délle sue frasi famose: « Spero che il signor marchese abbia cenato, ed il cibo sia stato di suo gradimento ». Non rise, non ne ebbe il coraggio, né il pudore, l'unica che in tutto il tempo non fece altro che mangiare con appetito fu proprio Teresa alla quale pareva che il tutto non la riguardasse, con quel sano appetito che rivelava le sue origini paesane, abbondando nel bere ed affondando la forchetta nel piatto con famelicità. L'unico segno di vita era il muoversi delle mascelle, per masticare il cibo non avrei mai immaginato che fosse così priva di sensibilità, ma le cose si vedono o troppo presto o troppo tardi come nel caso esposto. Alzandosi al termine della cena, si congedarono dissolvendosi nel buio con nostra somma soddisfazione, illusi che il tutto fosse finito, ma la nostra illusione durò molto poco, perché il marchese tornò di lì a poco, con una richiesta. — Per favore dovreste ospitare Teresa, non sa dove andare a dormire, io posso aggiustarmi, ho il sacco a pelo e posso andare a dormire in un prato, e come tetto un cielo colmo di stelle. L'intenzione era di cacciarli subito entrambi, ma la correttezza, ed il buon senso dettato dalla fratellanza e dal principio dell’ospitalità ci portò a privarci della brandina, e mettere Enzo nel letto con noi, e far sì di trovare ospitalità per il marchese, che buttacaso finì con un suo collega bancario anch'egli. Sperando nella loro dignità, attendevamo la loro partenza mattutina ma dato che tale vocabolo era stato bandito dal loro dizionario , partì in malo modo lui ma le rimase, con la scusante che doveva tenere compagnia a Silvia, rimase come era nelle sue intenzioni. La cosa, che mi deluse ulteriormente, fu che il marchese si allontanò in maniera talmente vile e subdola che lo fece apparire il ciò che in realtà era. Si dileguò letteralmente, senza né salutare né senza farsi vivo. Seppimo della partenza dal giungere di Teresa, che, alla nostra richiesta, di dove fosse il suo bello. — Ma è partito, io gli ho detto di venire almeno a salutare, ma non si è sentito di farlo. Altra considerazione di quanto possa essere ineducato chi proprio vuol far si che gli altri sappiano della sua educazione. II tutto fu in certo qual modo la base dei nostri commenti tra di me ed Enzo rapportando i tempi passati, quando tra di noi non erano che cose belle, giornate passate in attesa della sera quando nel solito bar ai piedi della collina dentro quando il freddo era pungente, e fuori quando il caldo si faceva afoso, facendo le ore piccole, discutendo di argomenti vari, politica, pittura, sport, motociclismo, tra amici e la gioia che ci lasciavano questi incontri, la soddisfazione morale ed anche materiale era indescrivibile, molte volte la nostra serata finiva nel più caratteristico dei locali, in una cantina acconciata a Club, con un nome che i soliti localucci non possono avere sia perché sono frequentati da gente che va in un locale per vedere o sentire il complesso, o il cantante. Lì non era possibile l'insegna lo diceva « Suing » dove il jazz era di casa e sulla pedana dell'orchestra si alternavano complessini di ragazzi che non avrebbero accettato una lira per suonare, lo facevano esclusivamente per il gusto di farlo, lì, tra un pezzo e l'altro, avevamo modo di continuare i nostri conciliaboli, senza tema di essere zittiti, e senza timore di vestirsi con etichetta, era il regno della semplicità senza tanti fronzoli, e, piccolo particolare, la spesa non era gravosa, insomma ci si poteva divertire con poca spesa. Speranza tradita la battaglia della maldicenza non era ancora terminata, durante la settimana in occasione di una scappatina in montagna per portare il rifornimento latteo al piccolo, seppi l'ultima maldicenza. — Sai, mi fa Silvia, ho saputo da Teresa che il marchese ha detto che non aveva piacere che lei rimanesse qui. Bene in quel momento se lo avessi avuto per le mani, qualche buon pugno non glielo avrebbe tolto nessuno, arrabbiandomi in tal modo che vomitai tutto ciò che avevo nello stomaco, che atto vigliacco, ecco il perché non era venuto né a salutare, ed era fuggito da vile, non vedevo l'ora che mi capitasse fra le mani, ero certo che ciò sarébbe accaduto, anche perché doveva venire a riprendersi Cenerentola ed allora senza violenza, per il motivo che io la aborro, e ne ricorro soltanto in casi estremi, ma volevo sentire cosa sarebbe stato capace di dire in giustificazione, attesi con ansia e finalmente, giovedì sera, ebbi la certezza matematica che sarebbe venuto. Io ed Enzo attendemmo sino ad un'ora tarda, e quasi tememmo che non sarebbe venuto, ma ci sovvenne che a portarlo su era il famoso pilota ragionier pittore ed allora ci tranquillizzammo, sapendo che la sua folle velocità lo portava alla moderazione, ogni rumore di motore ci faceva sobbalzare, e volgere lo sguardo verso il fondo della via, l'attesa si stava però prolungando oltre, ed allora si decise di ripartire. Non si fece a tempo di fare molta strada, quattro curve e nell’imboccare l'ultima una sciabordata di luce di due fari, erano loro che abbordavano le curve con folle velocità, come non era mai stato possibile vedere, forse era l’ansia che il marchese aveva di giungere dalla sua Cenerentola forse per paura che il drago Walter, la sbranasse. Pronta e veloce frenata, una ardita retromarcia, inseguimento ed infine arrivammo dietro di loro, naturalmente il primo a scendere fu proprio il marchese, e come al solito il suo abbigliamento si distingueva anche nell'oscurità, camicia gialla, fazzoletto nero al collo, uno strano maglione che sembrava più un aggeggio femminile che un maglione, pantaloni di taglio militare, e la cosa più spettacolosa era l'aria di circostanza. Pallido come fosse reduce da un lungo pianto, i baffi che di solito erano dritti ed alteri, abbassati e spioventi gli davano l'aria di un cane bastonato, gli occhi spiritati e lucidi del folle, sì il bel marchese era adirato e non lo nascondeva, lo fece subito notare scendendo ed avviandosi senza né salutare ignorandoci, allontanandosi con una rapida falcata, gli detti una voce, si fermò. — Allora non si saluta nemmeno più, stai continuando ad essere ineducato come il tuo solito? — Scusami, sai, ma sono troppo nervoso, dopo tutto non siamo più amici, o sbaglio. — No, non ti sbagli, ma devo dirti ugualmente ciò che penso, tu lo sai come sono fatto. — Carissimo, rimane il fatto che sul mio conto sono state fatte troppe considerazioni e troppe considerazioni e troppe delusioni, io non so in quale grado, voi due poniate il vivere non soltanto in amicizia, ma pure nel consorzio umano mi duole, come il sapere che credevo fermamente di avere trovato un amico, ed invece soltanto il paravento di cosa può essere una sensazione, una speranza, e fa male il constatare che chi credevi accanto, e davi la massima fiducia non ha fatto altro che usarla per scopi reconditi, è come perdere una parte di noi stessi, almeno ciò accade nei miei intimi recessi, la delusione è penosa, almeno in me. Non una parola non un gesto, silenziosi con il capo chino come due peccatori tacevano ascoltando, ed io che avevo sperato una reazione, una parola, povero fesso che sono, forse sono nato in un mondo che non è il mio, oppure vivo di illusioni con la speranza che tutti si comportino come io tento con tutte le mie forze di comportarmi, in quei momenti mi sovviene sempre in mente la frase che un giorno sentii pronunciare da un caro amico che, forse per delusione, o per sfiducia, o per vigliaccheria, si tolse la vita, non volendo affrontare le brutture che convivono con noi. — Walter, credimi, ci sono dei momenti che maledico il giorno che sono nato, non faccio altro che passare da una delusione all'altra, non vale la pena adirarsi, combattere, sperare, illudersi, di trovare il terreno per poter seminare l’essenza di cosa sia la fratellanza e la bontà, ricordalo l'uomo quando si sente toccato nel suo cuore posteriore. « II portafoglio, la sua comodità, ed il disturbo nell'atto sessuale diventa come l'uomo delle caverne, uccide, corrompe, rovina tutto cosa pensava forse qualche minuto prima, che tale situazione lo portasse agire ed a pensare di conseguenza, ecco cosa è l'uomo, egoista ed opportunista che popola la terra. Quelle parole mi sono vive nella mente anche perché, non avevo ancora la paura di tendere una mano, e credere che non potesse esistere il lupo, ed i lupi li vidi in quel attimo, tutti e due contro di me per uno scopo. II tutto nel mentre ci si avviava verso casa. — Caro marchese, ti sei comportato con l'opposto dell'educazione che tenti di fare notare a tutti, se non per me almeno per mia moglie potevi almeno salutare lei che non solo ti ha dato ospitalità, ma anche alla tua donna. — Non è stata una cosa voluta, sai, avevo timore di perdere il pullman. — Non raccontare delle frottole, dovevi soltanto alzarti cinque minuti prima dal tavolino del bar e così ne trovavi il tempo. — Guarda, è vero non mi sono sentito di venire, ero troppo nervoso. Poi, nel mentre siamo nell'argomento, Teresa mi ha detto che tu non avevi piacere che rimanesse, attendi non mi dare risposta fra qualche attimo, saremo davanti a lei, così vedremo. Come giungemmo, la porta della cucina era semi-aperta, lei seduta con un gomito appoggiato al tavolo, la sigaretta fra le labbra, ed un libro aperto che notai subito, un giallo, la nostra entrata fu oltremodo teatrale. . — Ciao come stai? — Bene, ma non hai ricevuto la mia telefonata? — Sì, ed è per quello che sono venuto quassù con la massima solerzia, perché il tenore della medesima era sibillino, ed incomprensibile. — Un attimo prima che continuate con il vostro discorso, avrei qualcosa da dire se mi permettete. — Anzi, esordì il marchese, desidero che il tutto venga chiarito perché io, tale frase, non l'ho detta. — Allora Teresa ha detto che tu non avevi piacere che lei rimanesse qui, ed ora che siamo qui tutti e tre voglio che la cosa sia chiarita, lo hai detto o no? — Io non ho detto niente di simile, se avessi pensato qualcosa di simile sarei venuto, e te lo avrei detto. — Allora, qui le cose stanno diventando sempre più nebulose, tu Teresa o sei bugiarda, o io sono il re dei deficienti. — No, Walter, forse io non ho capito bene, interpretando male cosa Massimiliano diceva. Nella loro dimensione esisteva solamente il letto l'atto sessuale, e anche se non si erano parlati le loro idee erano sincronizzate, quello fu anche il motivo che mi fece desistere dal proseguire da ogni mia reazione. Ne rimasi scioccato. L'anteporre simili cose prettamente materiali all'essenza di ciò che può essere vita può dare non solo disgusto ma mille altre sensazioni, che vanno dalla pietà, allo schifo reale di chi le professa, e controbattere simili connubi, è impresa veramente grandiosa e irrealizzabile, stolto è colui che vi ci si prova, e dato che del tutto non lo sono rinunciai, ritirandomi e lasciandoli alle loro considerazioni ed ai loro mari amori che si aggiustassero, ma non mi cercassero nemmeno con il pensiero, di gente simile se ne incontra in ogni angolo di strada. Uscirono dileguandosi nell'oscurità, di lì a poco uscii anch'io per andare a vedere sia Enzo che il Ragioniere sessualista, che per l’occasione si era portato appresso una sua nuova conquista, e mi stavano attendendo al bar. Come mi videro arrivare, il primo che mi si fece incontro fu Enzo il quale, vedendo la faccia che avevo, rimase scosso, io non sapevo com'era ma se la faccia rispecchia in certo qual modo i sentimenti che uno sente dentro di sé, dovevo essere bruttino alquanto. — Come è andata? Cosa ti ha detto? Non lo hai mica picchiato? — Niente non è successo, assolutamente niente, soltanto che ho fatto una scoperta. Non solo il marchese ci ha bellamente presi in giro, ma anche Teresa era d'accordo con noi, ha negato tutto, dando la colpa alla sua cattiva interpretazione dell'intenzione del marchese, ho lasciato perdere anche perché è una donna, mi sarebbe venuta la voglia di darle due ceffoni, ma è donna. — Io l'avrei fatto, brutta cretina quasi quasi la picchio io, ma lui che ha detto? — Niente, è soltanto preso da lei e non è capace di dire parola, ad ogni modo mi sono dimenticato di dirle una cosetta, aspetta, ora torno indietro e così nel mentre sono ancora calmo, glielo dico. Non feci tempo fare cento metri e li vidi : discutevano animatamente, ed appena mi avvicinai interruppero il loro parlottio, fermandosi. — Sentite un po', mi ero dimenticato di un piccolo particolare, anzi tu Teresa vai su, fatti la valigia che in casa mia preferisco che non ci rimanga più, parti pure. Senza profferire parola si voltò e partì verso casa mia, rimase con noi il marchese, che con il sigaro acceso si sforzava di essere indifferente, ma anche con tutta la sua buona volontà non ci riusciva. L'ambiguità era visibile, ed anche reale i silenzi dosati ad arte, piccole sfumature, l'attesa che uno di noi parlasse, per dare modo all'altro di contrattaccare, vere situazioni che giornalmente accadono, nella vita quotidiana, la medesima che il rettile attende quando guata la vittima, che essa si muova per scattare e mordere. Silenzio assoluto, io con i miei pensieri, lui con i suoi, mancava forse il- coraggio? Io penso di no forse fu quel certo pudore morale che a volte è in noi che fece tacere le nostre bocche, e rimanere con gli occhi volti al fondo della via in attesa di Teresa. — Eccomi, sono pronta, possiamo andare prima, però vorrei che fra di noi si rifacesse la pace, non è stato tutto chiarito? — Scusa se ti interrompo, ma di chiaro qui in questo momento vi è una cosa soltanto, il lampione che sta illuminando la via, per il rimanente non solo rimane, ma desidero che rimanga nel buio completo cara bambina, non è molto semplice cosa desideri, se non si ha il coraggio di essere sinceri non solo con noi stessi ma anche con chi ci dà tutta la gamma dei sentimenti. — Lascia perdere, Teresa, non vedi che ormai l'amicizia che era tra di noi non esiste più, non ci vogliono più, pazienza, rimarremo soli anche se ci duole, credo che basti il sentimento che ho per te. — Vedi, marchese, tu trovi sempre una soluzione che più ti accomoda, credi che tasti la tua conclusione? Io credo il tuo punto di vista non sia dei più felici, sì, ha trovato una donna ed io ti auguro che la cosa duri eternamente, ma di donne ne puoi trovare molte ma di amici non credo che ne possa trovare molti, anche perché con il tuo modo di agire è ben difficile che dopo averti conosciuto continuino ad essere tali. — Ecco, adesso, mi stai offendendo, tu come amico mi stai negando di avere un affetto in fin dei conti non chiesto che il vostro appoggio, la vostra comprensione invece a me pare che la vostra sia invidia, ecco cosa. — Ti devo interrompere, io invidioso, e di che? Di Teresa? Sei completamente rincretinito, dammi retta, tu conosci la mia donna e non credo che ne farei il cambio con Teresa, per me lei esisteva soltanto come amica ma non come supponi tu per andarci a letto, soltanto come amica, e visto che tu l'amicizia la calcoli soltanto con sottofondi piuttosto orientati sul talamo è meglio interrompere il discorso, altrimenti rischiamo di cadere in inutili discussioni. — Se la pensi così, caro Walter, debbo ammettere che allora non vi è nessun rimedio, addio amicizia, io spero di no. — Te ne sei accorto un pochino in ritardo, ma alfine sei giunto alla conclusione, bravo Massimiliano, un plauso di vero cuore. — Non mi prendere in giro, sono veramente addolorato che tra di noi, si sia formata questa barriera d'incomprensione e di una semplice situazione ne sia saltato fuori un vero e proprio caso, tu sai che il mio carattere mi porta ad essere così come sono, e molte volte faccio cose che contrastano nella maniera più lampante con ciò che voglio a tutti i costi non sia di avere errato nei vostri confronti, me ne scuso, e se lo fate potremo ridiventare amici come prima. — Alt, non proséguire, io vorrei avere il dono della lettura del pensiero e leggere nella tua mente, e sarei cento che le parole che hai finito di pronunciare adesso sono soltanto il frutto di una elaborata e opportunistica disquisizione fatta dal tuo egoismo, e dal calcolo che perdendo noi, perderesti molti vantaggi che la nostra compagnia ti offre, come le gite, i pranzetti e le bevute il prestito eterno delle mille o duemila lire, i vari favori, perderesti tutto, sii sincero non solo con te stesso, ma anche con chi ti era amico. — Walter, non ho parole per controbattere cosa mi dici, cosa credi che sin'ora io vi abbia frequentati soltanto per questi scopi? — Marchese, io credo nelle cose che ti ho detto, perché sino ad oggi tu hai recitato a copione, talmente bene che quasi quasi ci stavo per cadere, sai recitare molto bene, i miei complimenti sei grande, ma per un banale errore ti sei tradito, attento ora non ripetere l'errore, potrebbe capitarti di incontrare qualcuno peggiore di me e non si limiterébbe al discorso come ho fatto io, ma potrebbe trascendere ed allora saresti nei guai, dammi retta, quella è la strada per Torino, imboccalo e dimentica che avevi un amico, anzi degli amici Enzo, Miro, Walter, dimentica non solo i loro non, ma anche l’amicizia che ti dettero, non cercare di riallacciare con noi, sarebbe inutile, gente come te deve stare con la sua gente, non siamo nobili, ma in noi forse vi troverai più nobiltà che in tutto il tuo casato, una nobiltà che non è educazione ma generosità, bontà d'animo, senso di tutto ciò che tu tenti di copiare e ti sforzi con tutto il tuo io ma sei e sarai sempre falso. — No, non parlare, abbi almeno un po' di quello che si chiama pudore morale taci e farai miglior figura, e addio marchese ed anche a te Teresa hai sentito una parte del discorso era diretto a te, impara e ricorda. I loro occhi e l'espressione del viso rispecchiavano fedelmente cosa passava nel loro animo, in loro, se ne avessero avuto il coraggio ed un'arma a portata di mano la mia pelle non avrebbe avuto, nessun valore, voltandomi per andare via, camminando ad un tratto non sò per quale motivo mi volsi indietro e li vidi, mano nella mano parevano le figurette disegnate da Peinet, i veri innamorati in una dimensione loro quasi mi commuovevo, ma la cattiveria che alberga in me lo impedì, facendomi ricordare tutto il passato, e facendomi sentire il saporaccio amaro che è il gusto della delusione, e che nemmeno il tempo riesce cancellare. Addio, ex amici, in certo qual modo vi sono grato a tratti, mi avete dato il sapore della battaglia, il gusto della vita, auguri spero che riusciate ad essere sinceri in seguito ed apprezziate il sapore di un’amicizia e di un amore.

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